Moscheta

TEATRO

Martedì 6 novembre ha preso il via la 33^ Stagione Teatrale al Teatro Comunale di Thiene, con la commedia “Moscheta” di Angelo Beolco detto Ruzante.
C’era una certa apprensione da parte nostra. Di lui ricordavamo una versione teatrale, proprio al Comunale di Thiene, legnosa e poco scorrevole; c’è poi il fatto, che Tullio Solenghi non sempre ci risulta convincente.
La commedia inizia con un prologo accattivante e simpatico, prima per introdurre la commedia e poi per ri-cordare anche di spegnere i cellulari.
Una scenografia azzeccatissima che si rivelerà fondamentale nell’aiutare gli attori a recitare con leggerezza e a tutto palco.
Il testo è stato reso scorrevole ed abbordabile da Gianfranco Bosio, senza stravolgere il lavoro dell’autore nella trama e nel dialetto pavano
Ha ragione il regista Marco Sciaccalunga quando dice che voleva con questo lavoro paragonare e rendere omaggio alla commedia italiana, e cioè ai maestri Risi, Monicelli, Age & Scarpelli; quando in scena c’erano i tre attori maschi, vagamente ricordavano gli scalognati protagonisti del film “I soliti ignoti”.
La vicenda è una storia di tradimenti, corna, inganni tra poveri cristi.
Gli attori sono stati tutti bravi nel rendere il loro personaggio; tutti comunque hanno saputo tenere bene la scena.
Un movimento elastico e pieno, aiutati da una scenografia fatta di scale, da un fossato pieno d’acqua, da due carri che ben rendevano il contesto.
Betia (Barbara Moselli), donna senza scrupoli, furba e scaltra, tanto da far credere quello che vuole al marito, concedendosi qualche svago nei letti prima del soldato bergamasco Tonin (molto efficace la scena con il movimento del carro) e poi del compare Menato, ed alla fine riuscire a tenersi anche il povero Ruzante.
Bravo Maurizio Lastrico nella parte di Menato, molto efficace nel monologo iniziale, fa apparire furbo il suo personaggio e raggiunge il suo scopo, cioè di avere la Betia; quando insinua a Ruzante l’infedeltà della moglie, possiamo definirlo uno Iago pavano.
Bravissimo infine Tullio Solenghi, con un trucco elaborato, un costume appropriato, irriconoscibile; con una gestualità e una mimica valida, calato completamente nel personaggio.
La scena è casa sua e ci è piaciuto il suo interagire con la platea, più con gli occhi e la mimica facciale, che con la parola. Un attore che sa fare il suo mestiere in un ruolo che ha saputo rendere molto bene.
Ha ragione Dario Fo quando dice che “Ruzante porta in scena la gioia disperata della gente comune, l’ipocrisia e la spocchia dei potenti, la costante ingiustizia…”