12 anni schiavo

CINEMA

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Certamente un bel film, non sappiamo se proprio da Oscar; questa è la nostra opinione dopo aver visto “12 anni schiavo” il film che ha recentemente vinto l’Oscar come migliore opera in assoluto.
Il film del 2013, diretto da Steve McQueen e interpretato da Chiwetel Ejiofor, é tratto dall’omonima autobiografia di Solomon Northup, pubblicata nel 1853, con Brad Pitt, produttore della pellicola.
Siamo nel 1841, prima della guerra di secessione, e Solomon Northup, violinista negro di talento, vive libero nella contea di Saratoga (Stato di New York) con la moglie Anne e i figli Margaret e Alonzo.
Ingannato da due falsi agenti di spettacolo, viene rapito, privato dei documenti e portato in Louisiana, dove rimarrà in condizione di schiavitù fino al 1853, cambiando per tre volte padrone e lavorando principalmente nella piantagione di cotone del perfido schiavista Edwin Epps.
Gran parte del fascino del film lo si deve alla ricostruzione dell’ambiente della schiavitù nel sud degli States, dove uno schiavo, proprio come una bestia da lavoro, valeva per quanto riusciva a produrre.
Magnifiche le scene della raccolta del cotone, al suggestivo canto degli spirituals, con cui i neri pregavano per esprimere il loro bisogno di libertà.
Quello che subisce Solomon è qualcosa di ancora peggio; libero e felice della sua famiglia, improvvisamente si trova incatenato su un battello che sul Mississippi lo sta portando verso il sud schiavista.
Quando tenta di dire il suo nome, viene sfidato dal mercante bianco a produrre i documenti che comprovino la sua identità; non potendolo fare, diventa lo schiavo Bred e tale dovrà rimanere per 12 anni.
Il rapporto tra gli schiavi e i padroni bianchi, sempre con la Bibbia in mano, è essenzialmente basato sulla violenza, sulle frustate per non aver raggiunto la quantità di cotone prevista per un giorno di lavoro; quando poi si tratta di schiave, la violenza diventa carnale.
Tra le scene terribili quella della impiccagione di Bred per essersi mostrato più intelligente del sorvegliante bianco; mentre è toccante la scena in cui Patsey (Lupita Nyong’o) viene selvaggiamente frustata per essersi momentaneamente allontanata dalla proprietà alla ricerca di un pezzo di sapone con cui lavarsi.
Sugli schiavi, oltre al sistematico sfruttamento, i padroni bianchi e le loro integerrime consorti finivano per scatenare spietatamente anche tutte le loro frustrazioni.
Finché un giorno dal padrone Edwin Epps arriva un abolizionista canadese, Samuel Bass (Brad Pitt), cui Bred riesce a raccontare la sua vicenda personale chiedendo di farla conoscere al nord.
Poco dopo, siamo ormai nel 1853, nella piantagione Bred vede arrivare Mr. Parker, accompagnato dallo sceriffo; questi gli fa delle domande per accertarne l’identità, tra le proteste di Epps che vede sfuggirgli la proprietà dello schiavo.
Solomon Northup finalmente ritorna libero a casa, trovando la figlia lasciata bambina, già sposata e madre di un nipote.
Come si diceva il merito di questo film sta secondo noi nella ricostruzione dell’ambiente della schiavitù nera negli Usa, una ricostruzione che non è solo documentaristica ma anche psicologica.

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