Baruffe chiozzotte … alla napoletana

TEATRO

BaruffeChiozzotteQualche stagione fa abbiamo apertamente sollevato le nostre perplessità su un tipo di teatro, oggi di moda, che abbiamo chiamato “alla napoletana”; da immaginarsi quindi la nostra sorpresa nel trovarci di fronte ad un Goldoni… alla napoletana.
Stiamo parlando del terzo spettacolo della 38^ Stagione Teatrale “Le baruffe chiozzotte”, recentemente andato in scena al Teatro Comunale di Thiene.
Per teatro “alla napoletana”, senza alcun intento denigratorio, intendiamo una evoluzione dello spettacolo teatrale che insiste più sull’aspetto coreografico che sul testo recitato, ma che soprattutto, e questo non lo sopportiamo proprio, confonde il recitare con il “gridare in scena”.
Se la regia di Paolo Valerio mirava a questo tipo innovativo di teatro “alla napoletana”, possiamo anche concedere che la riuscita sia coerente, per certi aspetti piacevole e spettacolarmente efficace.
Solo, è la nostra impressione, che questo non è più Goldoni; è tutt’altro, qualcosa ai margini con il musical o l’operetta, ma di certo non è più Goldoni.
Non siamo nostalgici delle crinoline e dei tricorni, sia ben chiaro; sul palcoscenico del Comunale di Thiene in questi decenni abbiamo visto opere goldoniane (dalle “Baruffe chiozzotte” con Ave Ninchi, alla “Bottega del Caffè”, fino al nostro Mario Cudignotto, per tacer il tanto altro) interpretate in modo efficace, moderno ed innovativo, senza comunque stravolgerne l’essenza.
Queste “Baruffe chiozzotte”, drammaturgicamente parlando, hanno poi un profondo limite di base, cioè quella che noi chiamiamo la “recitazione gridata”.
Il Teatro Comunale di Thiene ha da sempre una acustica in grado di rendere tutte le tonalità e tutte le sfumature della recitazione di un attore, in modo assolutamente fedele e naturale (abbiamo in mente Glauco Mauri che ci fece sentire persino lo schiocchiare delle dita); gridare le battute in modo affrettato, significa renderle incomprensibili, togliendo allo spettatore tutto il piacere che viene dall’intrecciarsi del dialogo, a una o più voci, con le battute che, dettate dall’arguzia popolare, costituiscono poi il fascino di fondo di quest’opera goldoniana.
Quando un attore o un’attrice sul palcoscenico grida una battuta, magari rivolto di spalle al pubblico per esigenze coreografiche, fa perdere proprio quello che l’autore voleva rendere, per quanto la trasformazione della baruffa in un balletto possa essere un espediente teatrale innovativo.
Noi non vogliamo quindi entrare nel merito delle scelte registiche di uno spettacolo che alla fine è risultato certamente di buon livello, divertendo il pubblico di un Comunale praticamente esaurito per le tre serate in programma; vogliamo solo sottolineare che si tratta più di un Goldoni “alla napoletana”, ben lontano dal nostro amato Goldoni “alla veneziana”.

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