Alfredo Fabris, Medaglia d’Argento della Resistenza

SCAFFALE

FabrisFinalmente ricostruita dopo 72 anni, in una ricerca storica recentemente pubblicata a Zugliano, la vita e la tragica morte del comandante partigiano, Alfredo Fabris, ucciso a Sarcedo in quel tragico 27 aprile 1945 in cui, oltre a lui, a Sandrigo trovarono la morte i 3 comandanti partigiani Chilesotti, Andreetto e Carli, mentre al mattino si era svolto proprio a Sarcedo centro uno scontro che aveva visto la morte di tre partigiani, Talin, Canale e Missaggia.
È stata questa concomitanza di eventi tragici che ha fatto pensare alla cosiddetta ‘Grande Trappola’ con cui, a guerra praticamente finita, Mario Carità e la sua banda di feroci torturatori avrebbero di fatto decapitato la gloriosa Brigata “Mazzini”.
L’opera riporta integralmente l’opuscolo dedicato nel 1946 ad Alfredo Fabris, firmato da Tarcisio Pigato, ma in realtà opera di don Giuseppe Danese, in cui c’è una prima ricostruzione della vita del comandante partigiano Franco (Alfredo Fabris).
Segue, con un copioso apparato fotografico, la vita del giovane maestro Fabris, da cui si ricava il suo orgoglio di essere alpino, ma anche il suo sostanziale rifiuto della guerra, che scoppiò quando lui era appena ventenne.
Segue la scelta della clandestinità, la vita nella brigata di montagna comandata dal mitico Silva, a fianco di Tarcisio Pigato e della sua staffetta Flora Minotto, con le difficoltà e le precarietà della vita nell’accampamento partigiano di Granezza, fino al rastrellamento nazi-fascista del 6 settembre ’44, quando Alfredo Fabris fu ferito, e dovette essere trasferito sui colli berici, dove trascorse la convalescenza.
Tornato in montagna, Fabris venne sorpreso ed arrestato con Silva a casa della Marcellina a Monte di Calvene nel marzo del 45; Silva venne portato a Thiene, mentre Alfredo Fabris fu rinchiuso a Villa Cabianca di Longa di Schiavon, la nuova sede della Banda Carità, dove rimase fino al 27 aprile.
Ci sono sostanzialmente due teorie, da anni dibattute, sulla morte di Alfredo: secondo lo stesso don Danese sarebbe stato raggiunto sul greto dell’Astico da una pattuglia con elementi che parlavano italiano e nel suo tentativo di fuga, fu raggiunto ed eliminato. Seconda P. L. Dossi sarebbe stato inseguito ed eliminato dagli uomini della banda Carità.
L’opera su Alfredo Fabris ha, se non altro, il pregio di aver finalmente portato una testimonianza diretta sulla morte del giovane partigiano. Secondo questa testimonianza, Fabris sarebbe incappato in un rastrellamento in atto in quel momento nella zona, e nel suo tentativo di fuga fu prima ferito e poi ucciso lungo la roggia che scorre a fianco di casa Contin a Sarcedo.
La signora Palmira Contin, allora diciasettenne, ha affermato di aver visto il giovane partigiano ferito, steso semi-sommerso in un ruscello e che all’arrivo dei soldati tedeschi avrebbe finto di essere morto. Mentre i tedeschi se ne stavano andando, fu la moglie di un gerarca fascista del luogo che gridò “Guardate che respira ancora!”, costringendo un soldato tedesco a tornare indietro per sparargli il colpo di grazia.
La figura di Alfredo Fabris è stata commemorata a Zugliano in occasione del 25 aprile, con una partecipata presentazione dell’opera su Alfredo Fabris e con una cerimonia ufficiale al cippo che ancora ricorda il punto in cui venne ucciso; pochi giorni prima l’Amministrazione Comunale di Zugliano aveva intitolato una strada alla staffetta partigiana di Alfredo Fabris, Flora Minotto, la cui figlia Manola ha tenuto l’orazione ufficiale nella cerimonia del 25 aprile.

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