Anguane di terra

SCAFFALE

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A proposito della nuova opera di Fermino Brazzale, “Anguane di Terra”, pubblicato qualche settimana fa in edizione privata, c’è sostanzialmente da chiedersi se si tratti della prosecuzione del precedente “I Cantori di Calvene” oppure di un nuovo libro.
Certo l’ambientazione è la stessa, la contrada del Monte di Calvene, ovvero il mondo-universo di Fermino Brazzale. Ci sono tanti personaggi che ricorrono, a cominciare dai genitori, i nonni ed altri abitanti della contrada, colti come sempre nella loro umanità dalla partecipata simpatia dell’autore, senza giudizi di merito, ma anzi con la profonda comprensione. Anche la struttura narrativa sembra comunque la solita: brevi aneddoti, sketches, racconti brevi sulla vita della contrada.
Eppure, alla lettura, questo “Anguane di Terra” ci è sembrato in qualche modo diverso dall’opera precedente; intendiamoci bene, non migliore o peggiore, ma diverso, pur restando nello stesso ambito narrativo della matiére del Monte.
Tentiamo di spiegarci ricorrendo alla metafora di un albero, se non proprio un maestoso secolare castagno, un albero magari più modesto. Di questo albero metaforico, “I cantori di Calvene” ci presentava in qualche modo il ricco fogliame e gli esuberanti frutti, un po’ come i ciliegi in questi giorni.
In “Anguane di terra” ci sembra invece che Fermino Brazzale sia più concentrato sul tronco robusto e soprattutto sulle radici, quelle che non si vedono perché sono sotto terra, ma che sono determinanti per raccogliere e portare la linfa vitale alle foglie e ai frutti dell’albero.
C’è all’interno dell’opera una specie di percorso di avvicinamento. Alcune tematiche sono più approfondite, tanto da assumere la consistenza di racconti brevi. Un tema è l’importanza de “Il canto” nella vita sociale della contrada: “il canto è come il pane. Senza pane non si vive; senza canto la vita non ha senso.” Poi castagni secolari legati alla vita del Monte, la guerra cui nonni e i padri erano stati chiamati e da cui, quando sono tornati, sono stati profon-damente segnati nel corpo e nel ricordo.
Emerge da questa nuova opera ancora più prepotente il tema della donna. Scrive Fermino “Nella civiltà contadina tutto ciò che è vitale è femminile”, anche se la donna resta un mondo misterioso per l’uomo, più portata “ad avere i bicchieri puliti, piuttosto che pieni.”
Le ragazze del Monte che salivano sui muli per andare nelle trincee ad addolcire ai soldati le ore prima dei san-guinosi assalti al nemico (“belle e istintive, e un po’ roje..), le misteriose impronte che qualche essere diabolico lasciava sulle imposte delle case dove le spose la notte non ave-vano loro aperto; e finalmente le “Anguane di terra”, ai limiti tra la carnalità e il soprannaturale dell’eterno femmini-le.
Ma certamente quello che più colpisce sono le numerose osservazioni e citazioni tratte da Fermino Brazzale dal mondo antico e in particolare da quello greco; non le dotte ostentazioni di uno “studià”, ma paralleli culturali con altri mondi.
Il tutto sembra compiersi e chiarirsi alla fine del libro, in un capitolo che noi razionalmente avremmo messo all’inizio, ma che forse aver messo alla fine rappresenta the touch of the poet (il tocco del poeta).
Quando l’autore dice:”Il mondo greco è sempre dietro l’angolo dei miei pensieri … vivo su un’acropoli che sa di archeologia, come Micene e le rovine di Troia.”
“Avevamo guerrieri anche noi, appena tornati da Troia, anche se allora si chiamava Grecia, Albania, Russia, Granezza …”
E allora si capisce come la civiltà del Monte di Calvene (“Tutto è cominciato diecimila anni prima…”) in cui Brazzale è nato ed ha vissuto, e di cui sta malinconicamente assistendo alla scomparsa, ha lo stesso destino delle altre civiltà (greca, romana,…), cui non aveva niente da invidiare, compreso il dialetto in cui si esprimevano.
“Col passare degli anni, come accadde per le grandi civiltà del passato, tramontò anche quella del Monte, nata sot-to il segno del becco e del toro …”
“Quando voglio conoscere la storia del Monte leggo Omero” afferma Brazzale, che si scusa per non aver invocato la musa ispiratrice, dato che lui si è ispirato alla civiltà “del becco e del toro, che almeno in origine sconfinavano con la divinità”; ma “anche se non li ho invocati, li ho ricordati a dovere”, per cui conclude “dovaria cavarmela!”