Bambino 44

SCAFFALE

143_ToBe Pur essendo stati ben allenati alle storie truci per tutta l’estate dai Noir di Repubblica, quest’anno dediti ai temi particolarmente horror, recentemente ci ha profondamente colpito per la sua spietata durezza l’opera “Bambino 44” di Tom Rob Smith, edito nel 2012 dalla Sperling Paperback.
Siamo nella Russia sovietica ai tempi di Stalin, dove esiste una oppressiva e sanguinaria dittatura che nega al singolo ogni diritto per lasciare il posto all’entità di uno Stato totalitario che, col terrore e la paura, pensa per tutti.
Siamo negli anni truci, che poi saranno oggetto nella stessa Urss della denuncia da parte di Kruscev al 20° Congresso del Pcus, del terrore stalinista, in cui era vero e giusto solo quanto veniva indotto dalla propaganda di regime, opporsi alla quale equivaleva ad incorrere in una denuncia di attività sovversiva contro lo Stato, la cui pena andava dal gulag in Siberia alla morte senza processo.
Tutto questo apparato di totale oppressione poteva sostenersi solo con il terrore indotto da un controllo totalizzante, con lo spionaggio interno sistematico che attraversava le stesse famiglie, la cui situazione abitativa e le condizioni di vita erano a limiti oggi impensabili, con i figli che denunciavano i padri e i mariti che denunciavano le mogli, o viceversa. Il terrore poliziesco doveva controllare, fin dal suo nascere, ogni tipo di reazione alla situazione di povertà e di degrado sociale occultate dalla propaganda di regime.
È la situazione, se vogliamo, già descritta nel 1948 dal romanzo di George Orwell “1984” dove il Grande Fratello ottiene il controllo delle persone nell’intimo delle loro case con una sistema televisivo in cui lo schermo serve non solo per vedere ma anche per essere visti e quindi controllati.
“Bambino 44” è la storia di un agente del MGB (che noi abbiamo sempre conosciuto come KGB), di nome Leo, sposato con una avvenente insegnante, Raisa, il quale in una indagine sulla morte di un bambino scopre che, per ordini superiori, non si indaga veramente alla ricerca del colpevole, e si ricorre ad una vittima innocente che viene fatta confessare mediante una sistematica tortura e quindi soppressa con un colpo alla nuca.
Il fatto è che nell’Urss del 1953 “il crimine non esiste” per legge, in quanto lo Stato perfetto creato dal comunismo stalinista non può ammettere altre verità che quella ufficiale; soprattutto non può ammettere che nella società sovietica si registrino casi di deviazione sociale, con delinquenza e crimini, che sono prerogativa del corrotto mondo del capitalismo occidentale .
Ad un certo punto per Leo si pone il problema di coscienza che la verità dello Stato risulta essere ben diversa da quella cui lo hanno condotto le sue indagini; ma lo Stato non può accettare di essere smentito; tanto che per farlo desistere dalle indagini e poter continuare a restare nel MGB, Leo dovrebbe denunciare Raisa di attività sovversiva, perdendola definitivamente.
Essendosi rifiutato di farlo, viene inviato ad una specie di confino, mentre i casi di bambini assassinati con ferocia continuano, arrivando ad una quarantina, mostrando chiaramente che si tratta di un serial killer, come alla fine tra mille peripezie Leo e Raisa riusciranno a dimostrare;
più che per merito loro, questo potrà succedere solo perché finalmente anche nella Russia stalinista il clima è cambiato e a guidare il partito non c’è più Stalin.

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