Carla Liliana Martini ci ha lasciato

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LilianaStamattina abbiamo accompagnato, prima in chiesa e poi al cimitero di Zanè, Carla Liliana Martini, che si era spenta qualche giorno fa a 91 anni di età.
La sensazione che aleggiava nei presenti era che con lei se ne fosse andato un pezzo della nostra storia, sia locale che nazionale.
Abbiamo in passato avuto più occasioni per incontrare questa distinta e gentile signora che della sua vita aveva davvero qualcosa da raccontare.
Nata a Boara, undicesima dei dodici figli della famiglia Martini che abitava a Padova, vicino alla Basilica di San Antonio, a 17 anni era una normale e vivace studente liceale, quando con due sorelle entrò a far parte della “Catena di Salvezza” un’organizzazione clandestina che, finché fu attiva, permise a oltre trecento persone, prigionieri di guerra o ebrei, di mettersi in salvo in Svizzera, sottraendole alle grinfie dei nazi-fascisti.
L’organizzazione faceva capo a padre Cortese che agiva dall’interno della Basilica, in quanto qui godeva della extra-territorialità vaticana.
I PoW venivano raccolti nelle campagne, quindi vestiti e preparati per il viaggio, con documenti falsi, ciò che richiedeva una grande quantità di denaro, che padre Cortese, consenzienti i suoi superiori, riceveva dalla Santa Sede; non mancavano comunque gli aiuti e le elargizioni private, che facevano sempre capo al confessionale di padre Cortese.
Carla Liliana Martini, insieme con le sorelle, facevano in bicicletta la spola per portare gli aiuti ai prigionieri e agli ebrei da trasferire in Svizzera, ciò a cui provvedeva quasi sempre una terza sorella Martini.
Di questa attività clandestina delle figlie non erano ignari i genitori, che comunque non si opposero.
Con un ignobile trucco padre Cortese fu attirato fuori della Basilica Antoniana, quindi arrestato e deportato a Trieste, dove fu terribilmente torturato fino a morire, per essere poi passato per il camino nella Risiera di San Saba.
Due delle sorelle Martini, Liliana e Teresa, furono arrestate e deportate prima a Mauthausen e poi nel lager di Lintz, da cui tornarono a fine guerra.
“Che cosa vi spingeva a correre questi rischi per azioni illegali e pericolose?” le abbiamo chiesto in un incontro su padre Placido Cortese, organizzato nell’ambito della Giornata della Memoria di qualche anno fa a Thiene. Liliana ci ha guardato un po’ stupita ed ha risposto:”Sentivamo che era una cosa da fare, e l’abbiamo fatta”.
Finita la guerra, ci fu da parte di Liliana Martini, un lungo silenzio; si era sposata ed era venuta ad abitare a Zanè.
Un silenzio che è stato abbastanza comune per tutti i protagonisti di quelle tristi vicende, ma che lei sentì il dovere di interrompere quando qualche negazionista cominciò a mettere in dubbio quel che lei, come tanti altri, aveva vissuto nei lager nazisti.
Andava nelle scuole dove era veniva chiamata a raccontare una vicenda di vita, che la riportava a tempi di paura e di sofferenza; finché non decise di scrivere la sua storia in un libro “Catena di Salvezza”, che ha avuto l’onore di una introduzione di Tina Anselmi.
Ecco, questa mattina, accompagnandola all’ultima dimora, abbiamo idealmente visto quella giovane liceale che scorazzava in bicicletta per le campagne di Padova, e che in nome del suo motto “perdonare, ma non dimenticare” ci ha passato il testimone della memoria di quello che per lei è stato l’impegno di una vita.

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