Commemorazione a Bocchetta Paù

CULTURA

ChristopherWoodsLa notte tra il 12 e il 13 agosto 1944, infatti, dopo un volo tranquillo, per quanto disagevole, su un aereo Dakota, decollato da Bari, gli uomini di due Missioni SOE, la RUINA e la FLUVIUS, furono paracadutati qui sul monte Paù, scelto all’ultimo momento perché sulla destinazione iniziale, il Pian del Cansiglio, era in atto un rastrellamento da parte dei tedeschi. È così che questi giovani soldati stavano entrando nella storia del secondo conflitto mondiale.
La Missione RUINA era composta dal comandante il mag-giore John P. Wilkinson (Freccia), affiancato da Christopher Woods (Colombo) e dall’operatore radio il caporale Douglas Arcibald. La Missione FLUVIUS era invece comandata da un italiano, un ufficiale degli alpini, il maggiore Ferrazza, accompagnato da un operatore radio.
Christopher Woods, in particolare, dopo un breve adde-stramento, era al suo battesimo come paracadutista, tanto che confuse i grossi massi dispersi nel prato su cui doveva atterrare con tetti di case. Gli uomini della Missione RUINA, pur con qualche rischio, atterrarono sani e salvi, mentre il comandante della FLUVIUS, Ferrazza, che avrebbe dovuto operare nella zona di Bolzano, cadde malamente su uno dei massi, ferendosi gravemente al bacino, tanto da morire per le conseguenze poche settimane dopo in ospedale.
A questo riguardo mi sembra importante aggiungere che queste due, come le altre missioni lanciate proprio in quei giorni sul Nord-est dell’Italia, erano state preparate e organizzate attraverso le informazioni che via radio ar-rivavano alla Base operativa del SOE dalla importante Missione, già da tempo operante nella nostra zona, che noi chiamiamo ROCCO-MARINI o MRS e che gli inglesi chiamano BAFFLE BLUE.
Gli uomini della RUINA-FLUVIUS lanciati sul Paù furono quella stessa notte incontrati da una trentina di partigiani dell’Altopiano, comandati da Cervo (Giuseppe Dal Sasso), che si presentarono offrendo loro un po’ di grappa e qualche fetta di polenta, ciò che a Colombo fece l’effetto di “Petrol and Sawdust” (cioè di benzina e segatura).
Più che seguire nei particolari il prosieguo della Missione RUINA, lasciando gli interessati alla lettura del racconto di Christopher Woods, intitolato appunto “Benzina e segatura”, che sarà presentato il prossimo 2 settembre a Caltrano, vorremmo tentare di conoscere meglio gli uomini del SOE in generale e di queste due Missioni in particolare.
Le Missioni SOE RUINA e FLUVIUS facevano infatti parte di un piano generale, il piano ‘Olive’, con cui le Forze Alleate in Italia, che ormai avevano superato Roma, si stavano preparando allo sforzo finale e quindi alla vittoria sui nazi-fascisti.
Un piano generale che si avvaleva oltre che delle forze in campo, anche del SOE (Special Operations Executive), il servizio segreto voluto dallo stesso Winston Churchill, allora Premier britannico di un governo di unità nazionale, già all’inizio della guerra, con l’ordine perentorio di “set Europe ablaze!” (mettete a fuoco l’Europa); si trattava quindi di un servizio segreto britannico che durante la guerra operava all’interno dei territori occupati dal nemico, facendo leva sulle forze anti-fasciste e anti-naziste locali, per il sabotaggio e la sovversione, creando il maggior scompiglio possibile al nemico.
Insieme con il corrispettivo americano OSS (Office of Strategic Services, Ufficio Servizi Strategici), secondo Mark Tudor, durante la guerra, soprattutto nella parte finale, furono inviate nell’Italia occupata circa 200 missioni SOE, di cui 36 sparirono o furono eliminate all’arrivo. In tutto furono inviati 500 agenti e circa 6 mila tonnellate di armi e rifornimenti ai partigiani. Per inciso va detto che questi agenti segreti delle Missioni SOE erano tutti volontari ed erano perfettamente coscienti che, per un preciso ordine personale di Adolf Hitler, una volta catturati e riconosciuti come appartenenti ai corpi speciali, sarebbero stati passati per le armi immediatamente sul posto.
Ciascuna Missione SOE era dotata di radio ricetrasmittente gestita da un operatore radio ma sotto la responsabilità di un BLO, cioè un ufficiale addetto ai collegamenti, per trasmettere alla Base operativa quante più informazioni possibili sulla zona da liberare. Anche se queste radio potevano comunicare solo con la Base e non tra loro, esisteva comunque una importante rete informativa che giocò un ruolo non indifferente sulle sorti della guerra in atto.
Ogni Missione SOE aveva poi un suo target, cioè un suo preciso compito od obiettivo da raggiungere, per il quale era comandata. Quello della Missione RUINA era di orga-nizzare e coordinare le formazioni partigiane operanti sul territorio dal Garda al Brenta sotto un COMANDO UNICO, a sua volta in stretto collegamento con le Forze Alleate. Nella prospettiva della spallata finale, le azioni di qua e al di là del fronte, dovevano essere organizzate e coordinate per produrre insieme il massimo di efficacia.
Purtroppo la storia ci obbliga a considerare che nell’alto vicentino l’idea stessa del Comando unico non fu accettata per le divisioni ideologiche esistenti tra le formazioni par-tigiane, e si continuò con la guerra per bande, non coor-dinate tra loro e soprattutto non organizzate secondo il piano Olive delle Forze Alleate.
In questo senso, riguardo alla Missione RUINA iniziata sul Paù e che operò fino alla fine della guerra, si dovrebbe concludere che fu una Mission Unaccomplished, cioè una Missione non compiuta. Una Missione che restò Unaccom-plished per la non accettazione dell’idea stessa del Co-mando Unico dovuta a divisioni ideologiche, proprio quando, lasciatemi considerare, per sconfiggere il nazismo e l’alleato fascista, Churchill e Roosevelt non avevano esitato ad allearsi con l’URSS di Stalin, cioè con quello che almeno fino a R. Reagan sarà considerato il ‘regno del male’.
In questo senso suona comunque terribile quanto Co-lombo, col suo tipico pragmatismo inglese, nel citato “Benzina e segatura” osserva e cioè che, mentre eravamo ancora in guerra, i resistenti italiani stavano già ‘combat-tendo la pace’ (‘fighting the peace’); un ‘fighting the peace’ per certi versi continua ancora, anche se quelle che allora apparivano come divisioni ideologiche a forti tinte contrapposte, oggi appaiono più che altro come differenti tonalità di uno stesso, diffuso grigiore.
Ecco perché, da parte nostra, da qualche anno abbiamo scelto di guardare alla Resistenza italiana nel suo com-plesso, non dal gioco delle assurdamente perduranti po-lemiche interne, con reciproche accuse e contro-accuse, ma dal punto di vista delle Forze Alleate che erano venute a liberarci.
Saremmo tentati di aggiungere alcune altre nostre amare considerazioni su questo fallimento della Missione Ruina, nonostante i coraggiosi, ostinati tentativi del magg. John Wilkinson (Freccia) di evitarlo, col suo continuo girovagare per i nostri monti per convincere i capi partigiani delle diverse formazioni, fino al suo sfortunato, e per Colombo ‘casuale’, incontro con i nazisti altoatesini che lo uccisero.
Ma qui ci interessa di più concludere con alcune conside-razioni positive, richiamando tutti al senso di ammirazione e di gratitudine che dobbiamo verso questi ragazzi para-cadutati sul Paù con la Missione SOE di cui facevano parte.
David Stafford, uno studioso britannico che si avvalse si-stematicamente dell’opera di ricerca storica dell’amico Christopher Woods, ha efficacemente affermato che tutta l’azione del SOE durante la seconda guerra, può essere vista come la ‘cintura’ che ha permesso di collegare le Forze Alleate con la Resistenza, soprattutto quando di fronte alla ritirata, per i tedeschi, il Veneto, dove opera-vano contemporaneamente ben 5 Missioni SOE, divenne la loro naturale via di fuga
Questa saldatura, per quanto imperfetta e travagliata, tra Forze Alleate e formazioni partigiane fu resa possibile dal fatto che, da una parte, gli Alleati sapevano che i membri delle varie Missioni SOE in Italia, in generale, e nel Veneto, in particolare, avrebbero trovato una popolazione loro favorevole e una Resistenza che, pur divisa, era fortemente collaborativa: e, dall’altra parte, la popolazione e le forze partigiane sentivano che quei ragazzi erano venuti per liberarli dal ventennale giogo del fascismo e dagli orrori della guerra nazista.
Popolazione, soprattutto rurale e forze partigiane, che consideravano le Forse Alleate come i liberatori, per salvare i quali, siano stati essi Pow, piloti alleati e quanti erano braccati e perseguitati dal nazi-fascismo, erano disposti a rischiare le loro case e spesso la loro vita. È questa quella che Roger Absolom chiamò “la Strana Alleanza”, mentre per noi è la vera, totale Resistenza degli uomini liberi contro la tirannia e la violenza del nazi-fascismo.
Ecco perché perpetuare la nostra gratitudine attraverso il ricordo, tributare il giusto onore a questi coraggiosi soldati delle Missioni SOE, tra cui quelli delle Missioni RUINA e FLUVIUIS che nell’agosto di 72 anni fa si lanciarono col pa-racadute qui sul monte Paù, non significa fare retorica, ma entrare anche noi nella profonda dimensione storica del secondo conflitto mondiale, che qui da noi ebbe un suo teatro importante

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