Dall’Isonzo al Chiavone

SCAFFALE

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Esce in questi giorni “Dall’Isonzo al Chiavone” di Liverio Carollo, con le “vicende di guerra del partigiano Attilio Crestani”, edito a cura dell’Associazione “Amici della Resistenza” (Avl e Anpi di Thiene).
Si tratta del racconto-testimonianza degli anni di guerra dell’oggi ultranovantenne “Tilietto”, a partire dagli anni duri della giovinezza a Fara Vic. (segantino e contrabbandiere), la sua esperienza di soldato al confine sloveno, il rientro a casa dopo l’8 settembre, e la partecipazione attiva come partigiano alla lotta di liberazione della Resistenza.
Il tutto ricostruito, senza retorica né eroismi, in lunghi colloqui con Liverio Carollo, che ha condotto il racconto con uno stile narrativo semplice ma efficace.
Sono gli anni in cui dovette restare nascosto in un “bunker” scavato lungo le rive del torrente Chiavone, con il costante pericolo di perquisizioni ed arresti, con i frequenti viaggi come staffetta di collegamento con i combattenti della montagna.
Si rivive il settembre di sangue della battaglia di Granezza, con i morti della Speer.
La vita in clandestinità, in costante pericolo, ma anche le azioni partigiane per dimostrare una attiva e capillare presenza sul territorio, insomma una sequela di furti e imboscate, in quelle che Attilio Cresatni oggi chiama “tragedie consumate e tragedie sfiorate”.
Fondamentali per la Resistenza furono gli aviolanci, difficili da avere, ma che poi richiedevano un duro lavoro per nascondere il materiale lanciato, sempre sotto il costante pericolo di essere intercettati e localizzati dai nazi-fascisti.
E avanti tra “miracoli e nefandezze” fino alla primavera del ’45, in quella che Tilietto definisce una “Pasqua di fughe e di resurrezione” con le azioni finali della lotta armata per la liberazione dell’Italia.
Attilio Crestani conclude il suo racconto con il capitolo su “Quello che mi è rimasto” e orgogliosamente afferma la sua “soddisfazione per aver lasciato un’Italia migliore di quella che ho trovato. Sono nato in un paese che osannava un dittatore, in cui la gioventù veniva educata alla guerra e al razzismo. Con tanti sforzi e tanto dolore abbiamo spazzato via questi miti perversi e abbiamo scritto una Costituzione che parla di pace, di solidarietà, di uguaglianza, di prosperità nel lavoro.”
Possiamo noi, generazioni post-belliche, dire altrettanto?

1 commento su “Dall’Isonzo al Chiavone

  1. Non se ne parla mai abbastanza di queste gesta, che giovani italiani hanno compiuto per liberare l’Italia dell’oppressione antidemocratica, a rischio della loro vita.
    Teniamoci cari qui pochi testimoni che ancora possono raccontarci la Storia avendola vissuta in prima persona.
    Grazie.

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