Documenti, prego

SCAFFALE

Uno strano romanzo questo “Documenti, prego” di Andrea Vitali, per vari motivi, a cominciare dal fatto che sia stato pubblicato dall’editrice Einaudi, invece del solito editore Garzanti.
Poca cosa, si dirà; in realtà la vera stranezza sta nel fatto che “Documenti, prego” è un romanzo poco ‘vitaliano’, cioè ben fuori dalla corrente narrativa cui ci ha abituati il medico di Bellano.
Per dirla in breve, vi troviamo un Andrea Vitali tra l’assurdo di Pirandello e l’incubo di Kafka.
Tre rappresentanti di commercio stanno tornando di notte da un loro giro d’affari quando decidono di fermarsi in un autogrill per un caffè, per tenersi svegli; un po’ distrattamente e un po’ indolentemente, insomma all’italiana, parcheggiano l’auto sul posto riservato ai disabili.
All’interno dell’autogrill il guidatore-narratore di sente chiedere i documenti da un signore con baffetto, che decide di portarlo in caserma “per un controllo”; i modi sono sussiegosi, persino rassicuranti, “un semplice controllo”, ma nel contempo restrittivi, insomma una prigione dorata, ma sempre una prigione… sempre senza che gli venga addebitata una qualche colpa, ma solo per controllo.
Finché il nostro girando per i meandri della caserma, tra un funzionario e l’altro, con un espediente riesce a fuggire ed accorgersi che… era tutto un brutto sogno, durante un sonno agitato nella tranquillità della sua casa.
Da cui l’indomani deve partire con due colleghi per un viaggio d’affari verso un albergo, l’Astoria, che, pur pluristellato, sembra quasi il forte del “Deserto dei Tartari” di Buzzati.
Il nostro improvvisamente si trova fermato da un poliziotto che lo conduce in una strana prigione, dove gli viene assegnato una stanza, definita modulo, in cui a suo agio è richiesto di mettere per scritto la sua confessione.
Il fatto è, gli spiega il comprensivo funzionario, che la sua fuga dalla prigione del precedente arresto è già di per se stessa una ammissione di colpa per un reato che gli conviene confessare, senza far perdere tempo per le indagini della polizia.
Il nostro si trova quindi nella condizione kafkiana di dover confessare un reato che non ha commesso, condizione questa necessaria per risolvere il suo caso giudiziario.
Anche questo però si rivela un sogno, e i tre concluderanno eccellenti affari nel lusso dell’albergo Astoria, dove dovranno fermarsi una notte in più perché la loro auto è in panne e non possono ripartire prima dell’indomani.
Tornato finalmente a casa, il giorno dopo il nostro narratore si accorge che nella confusione ha perso il proprio documento di identità; si reca quindi all’ufficio anagrafe del Comune, dove l’impiegata lo invita ad accomodarsi in sala d’aspetto, in attesa della consegna del documento, ma dove ad un certo punto vede apparire il solito baffetto che lo invita a seguirlo… per un semplice controllo.
Il finale, per ovvie ragioni, non va anticipato, anche perché non sappiamo dirvi se si tratti di sogno o realtà.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *