E l’Europa unita?

ATTUALITÀ

JunckerNon occorre essere maghi per capire che l’esito del Referendum sul Brexit rischia di creare più problemi di quelli che intende aver risolto.
A cominciare dalla stessa Gran Bretagna dove 2 stati sui 4 che la compongono, hanno espresso una maggioranza per rimanere in Europa; mentre infatti Inghilterra e Galles hanno votato a stretta maggioranza per l’exit, Scozia e Irlanda del Nord hanno votato per restare dentro l’unione europea.
Ora, la premier del governo scozzese, Nicola Sturgeon, ha espressamente dichiarato che, visto il risultato del Referendum, la Scozia non ha nessuna intenzione di uscire dall’Europa. Questo di fatto significa anche una dichiarazione se non di uscita o di indipendenza, certamente di presa di distanze dalla Gran Bretagna, all’interno della quale è impensabile possano convivere due stati, uno dentro e uno fuori l’unione europea.
Ma se la battaglia della Scozia con la Gran Bretagna, per restare dentro l’Europa unita, è pensabile possa avvenire pacificamente sul piano politico, lo stesso non è certo per l’Irlanda del Nord, dove il capo del Sean Finn, di fronte al risultato del Referendum, ha dichiarato “Ora è tempo di pensare ad un’Irlanda unita”, ciò che, visti i precedenti, suona come un dichiarazione di guerra.
Sono questi due aspetti dirompenti che, secondo noi, di fatto impediscono al Brexit di realizzarsi, nonostante la vittoria di misura al Referendum. Non è difficile infatti immaginare che, visti anche i ripensamenti in atto, si cercherà di tirare a lungo nel tempo l’uscita dall’unione con dichiarazioni roboanti, trattando all’infinito per cercare di ottenere ulteriori vantaggi, ma senza un sostanziale exit della Gran Bretagna da un’Europa ormai globalizzata.
A questo punto il problema da Londra si sposta a Bruxelles, coinvolgendo la Comunità Europea sul problema della gestione del Brexit.
Dire “hanno scelto di uscire, quindi prima se ne vanno meglio è”, significa cercare una soddisfazione epidermica senza guardare alla realtà di un’Europa che ormai la globalizzazione ha di fatto integrato al di là delle intenzioni dei popoli che la compongono. Con il Brexit si è quindi aperta una lunga fase politica, fatta di mediazioni, di ripebsamenti, ma senza una sostanziale rottura, che non è di interesse per nessuno.
La nostra opinione è infatti che il Brexit, se realizzato, porterebbe alla fine della stessa Unione ’Europea, ciò che significherebbe una impensabile inversione di un progetto politico che consideriamo storicamente ormai irreversibile.
C’è ormai di fatto, ne siamo convinti, un’Europa che è solo molto parzialmente rappresentata dalle istituzioni e dalla politica comunitarie. In questo senso il Brexit suona come un dirompente campanello d’allarme non tanto per l’Europa unita, quanto più per le attuali istituzioni comunitarie, nelle quali a Londra come a Roma, Atene o Lisbona, il cittadino europeo difficilmente riesce a identificarsi. Come dire che il Brexit non è stato contro l’idea dell’Europa, ma contro le istituzioni comunitarie così come finora realizzate e gestite.
Quella di oggi, infatti, comunque la si voglia guardare, è di fatto l’Europa dei mercati e dei banchieri, che risponde all’intransigenza liberista di Angela Merkel e che noi stessi non siamo più disposti ad accettare, perché riconoscersi europei nell’Europa delle Borse di fatto significa rinunziare all’idea stessa di sentirsi europei.
Ecco allora che se il Brexit servirà in definitiva per far ripensare l’Europa in termini diversi da quelli oggi imposti dalla Germania, pur nel terribile shock provocato, non sarà venuto per niente.

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