Fury

CINEMA

Fury2Con ‘Fury’ è cominciata la Stagione dei CineIncontri al Cinema Patronato di Thiene, con un nuovo manager che ha sostituito Don Attilio, che ci sentiamo in dovere di ringraziare.
La vicenda è ambientata in Germania, aprile 1945. La guerra sembra non finire mai per il sergente Don Collier, sopravvissuto al deserto africano e alle spiagge della Normandia.
Leader carismatico di un manipolo di soldati di diversa estrazione e diverso carattere, Don è inviato in missione dietro le linee nemiche e dentro un tank Sherman.
Perduto in uno scontro a fuoco il loro tiratore, reclutano Norman Ellison, un giovane soldato a disagio con la guerra e la violenza. Ribattezzato dalla sua squadra Wardaddy, Don si prende cura di iniziare ai rudimenti della guerra la nuova recluta con metodi poco ortodossi, per non dire cinicamente violenti.
Avanzare contro il nemico, abbatterlo e sopravvivergli favorisce la confidenza e il cameratismo tra gli uomini di Don, che impavidi hanno deciso di seguirlo in un’ultima impresa contro trecento soldati tedeschi. Un’ultima linea armata prima della libertà e della pace.
Gran parte del film si svolge all’interno del carro armato, dove tra i vari componenti l’equipaggio si sviluppa un rapporto di forte cameratismo, quasi di amicizia, che sa-rebbe un elemento positivo se non fosse sostanzialmente basato sulla violenza condivisa, come atto di sopravvi-venza al nemico da uccidere spietatamente, in un’ottica miltoniana di un titanico scontro tra il bene e il male.
Un clima di violenza cui anche il novellino Norman Ellison finirà per adeguarsi, il tutto mentre ipocritamente si citano passi della Bibbia, quasi a dare una giustificazione religiosa alla spietatezza della guerra, di questo uccidere sistematico, quasi meccanico.
Come non accorgersi che, ancor oggi purtroppo, è la giu-stificazione religiosa che permette di uccidere spietata-mente chi è considerato nemico o miscredente.
Il Brad Pitt del film, che ha fatto scrivere ‘fury’ sulla canna del cannone del carro armato, è poco credibile come personaggio, con un improbabile passaggio tra momenti di tenera umanità e di violenza spietata.
A noi, che veniamo da stagioni lontane, ha fatto l’effetto di uno pseudo eroe dei fumetti o dei film di guerra (ri-cordate “I berretti versi” con John Wayne), i film sul si-stematico massacro degli indiani, secondo la logica del gen. Custer che “un indiano buono è un indiano morto”;
anche per il sergente Don Collier “un tedesco buono è un tedesco morto”.

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