I Francesi sull’Altopiano dei sette Comuni

SCAFFALE

FrancesiÈ stato presentato venerdì 18 marzo, nella sala riunioni della Biblioteca Civica di Thiene, il libro “Grande Guerra, Francesi sull’Altopiano dei sette Comuni” di Andrea Vollman e Francesco Brazzale, edito da Gino Rossato Editore nell’aprile del 2015.
Anzitutto questo incontro faceva parte di una serie di tre serate, organizzate dalla Biblioteca Civica di Thiene, nell’ambito delle manifestazioni per il Centenario della Grande Guerra, all’insegna del “Ricordare, Riflettere, Raccontare”; una rassegna che, dopo la presentazione di “Testamento di Gioventù” di Vera Brittain, si concluderà il 1 aprile con “La Grande Guerra cantata” di Modesto Brian e Domenico Zamboni.
Anche l’opera presentata, che riguarda in particolare i francesi sull’Altopiano ai tempi della Grande Guerra, a sua volta segue la precedente, “I Britannici nella Grande Guerra” di un anno prima e precede un’analoga ricerca storica sulla presenza degli Americani sull’Altopiano di Asiago prevista per l’anno prossimo.
Col suo parlare fluente, Andrea Vollman ha fatto un inquadramento storico non solo della presenza di truppe francesi nella nostra zona, in rinforzo alle truppe italiane in difficoltà dopo Caporetto, ma anche sulla pesante eredità che quell’immane massacro ha lasciato sul corso della storia, con tragici strascichi come il secondo conflitto mondiale, fino a riversarsi sulla attuale situazione internazionale.
In particolare Vollman si è soffermato su un romanzo francese di recente traduzione e di prossima pubblicazione, dal titolo “Poulot en Italie” di Louis Lefebvre, in cui il dramma della guerra viene visto attraverso gli occhi di un semplice soldato mandato a combattere sulle nostre montagne.
Francesco Brazzale ha invece illustrato il notevole apparato fotografico di cui si avvale il libro, con foto spesso originali, ciascuna delle quali descrive una situazione più chiaramente di tante parole.
Brazzale ha poi citato il “Diario di Guerra” di don Bortolo Vidale, al tempo parroco di Salcedo, nella cui canonica furono ospitati molti ufficiali italiani, inglesi e francesi di passaggio sulla via o di ritorno dal fronte.
Da certe novità o “stranezze” don Bortolo aveva intuito che il dopoguerra non sarebbe più stato come prima del conflitto, con cambiamenti che non mancavano di preoccuparlo.

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