I Rossi

SCAFFALE

È difficile definire l’opera “I Rossi” di Umberto Matino, pubblicato nell’ottobre 2018 dalle Edizioni Biblioteca dell’Immagine e che si aggiunge alle altre tre opere dello stesso autore da noi lette.
Difficile da definire, a cominciare dall’ambivalenza del titolo, dove con “I Rossi” ci si riferisce sia alla antica famiglia degli industriali scledensi che, soprattutto con Alessandro Rossi, portò l’azienda ad un livello di avanguardia in Italia, per non dire in Europa, non solo sul piano tecnologico industriale, ma anche su quello sociale, e sia alla classe operaia sindacalizzata di tendenza socialista.
L’autore, Umberto Matino vorrebbe cavarsela con un sintetico sottotitolo, “romanzo giallo”, e (alla Andrea Vitali) aggiunge che i luoghi sono veri, le persone inventate.
È certamente una definizione riduttiva, anche se si tratta sostanzialmente di un giallo-poliziesco; ed è curioso notare come Schio, prima con Luca Valente e adesso con Matino, ben si adatti a fare da scenario a questo tipo di romanzi pieni di suspense.
La vicenda comunque comincia con la morte misteriosa di una giovane ragazza, Emilia Bettale, che faceva parte di un gruppo di amici politicamente impegnati a sinistra.
Siamo infatti alla fine degli anni ’70 e i giovani, tra le sedi sindacali e i bar, sono impegnati in infinite discussioni politiche.
Tra loro il fidanzato di Emilia, Giorgio Chemello, negoziante di frutta e verdura, Marco Beber e la fidanzata Federica Smiderle e l’edicolante Gildo Sperotto. In un susseguirsi di delitti, mentre Giorgio viene indiziato, gli altri condurranno una loro particolare linea di indagine, basata su un misterioso documento segreto di contenuto rivoluzionario, casualmente rinvenuto da Emilia.
Ad indagare ufficialmente sugli omicidi c’è invece il responsabile della stazione dei carabinieri di Schio, il maresciallo Giovanni Piconese, coadiuvato dal brigadiere Pozza, almeno finché l’omicidio non si colora di politico.
Il maresciallo Piconese segue anche l’indagine per un furto di un’opera d’arte, con relativo omicidio del sacrestano, avvenuto nella chiesa di Posina.
Seguire l’intersecarsi delle tre linee di indagine, oltre che difficile, sarebbe anche un togliere la suspense ad una narrazione che si mantiene sempre avvincente.
Preferiamo quindi puntare la nostra attenzione su almeno altri due livelli toccati da Umberto Matino in quest’opera, che di sicuro non è solo un romanzo giallo.
Un primo livello è il mondo della contestazione giovanile del ’68, così come è stato vissuto anche a Schio dove l’unione studenti-lavoratori è stata forse favorita dal carattere industriale della città. Tra i giovani si registrò allora un’apertura di pensiero e di costumi che oggi non è facile capire, se non da chi 50 anni fa era un giovane proteso verso il futuro.
Quando Matino porta Marco ad abbandonare il sindacato in cui lavorava perché troppo istituzionale rispetto alle sue nuove ed urgenti esigenze giovanili, secondo noi coglie il senso profondo del ’68, almeno come lo abbiamo vissuto noi.
C’è infine un terzo livello, per noi ancora più importante, perché affonda le vicende narrate non solo nelle radici industriali di Schio, ma anche in quella che nella storia è stata definita la “questione sociale”; cioè la necessità di comporre in armonia il conflitto tra capitale e lavoro.
Marco Beber, nel cui personaggio Umberto Martino ci sembra voglia identificarsi, fa inorridire i “rossi” quando sostiene che Alessandro Rossi è stato un padrone illuminato.
Al di sotto vi cogliamo l’eterno dibattito tra chi, volendo cambiare, vuole “tutto e subito” e chi si pone su una posizione di graduale riformismo.
C’è un passo del libro di Matino che coglie alla perfezione questo eterno e tuttora inconcluso dibattito:
“… Si porrebbe così in evidenza come capitale e lavoro, padroni e operai, impresa e sindacato di classe, siano nati insieme e come le loro vicende si siano sempre dialetticamente intrecciate. A Schio furono uniti non solo dal medesimo destino, ma perfino nel nome, Rossi, che per gli uni fu il proprio cognome e per gli altri il colore dei loro vessilli.”
Ecco perché definire “I Rossi” “romanzo giallo” ci sembra estremamente riduttivo. Visto anche l’imponente ed interessante apparato documentaristico e iconografico, propendiamo più per romanzo a tesi o, ancor meglio, per romanzo “storico”.

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