I rusteghi

TEATRO

RUSTEGHI“I Rusteghi” o Selvadeghi secondo Carlo Goldoni sono quegli uomini “di rigida maniera e insociali, seguaci degli usi antichi e nemici ostinati delle mode, del divertimento e delle conversazioni” .
Questa opera scritta nel 1760 è un testo capolavoro del teatro Goldoniano e la versione vista al Comunale di Thiene nell’ambito della 36^ Stagione Teatrale, prodotta dal Teatro Stabile del Veneto, è stata per noi un gioiellino di arte drammatica.
Abbiamo visto una commedia dove si scontravano due maniere opposte di rapportarsi; la vecchia generazione “ i Rusteghi”, piccoli borghesi, autoritari e scorbutici, chiusi in un loro mondo e con pochi interessi verso gli altri; un mondo in cui si deve vietare tutto, anche il carneval, per dire poi “semo paroni nu” e la nuova generazione rappresentata dalla parte “femminile”, speranzosa e smaniosa di una maggior libertà di rapporti sociali, di svago e di divertimento, naturalmente in tutta onestà.
Abbiamo apprezzato moltissimo la fedeltà all’epoca Goldoniana, una precisa scelta del regista Giuseppe Emiliani per rappresentare la commedia; per noi in una trama così trova la sua maggior espressione proprio la tipica e classica Venezia del 1760 .
La storia si svolge nell’arco di una giornata: lo scorbutico Lunardo combina il matrimonio di sua figlia Lucetta con Filippetto figlio del suo amico Maurizio, ma i due promessi sposi non devono vedersi ne devono sapere del matrimonio.
Lucetta e Filippetto venuti a sapere attraverso zia e matrigna di essere promessi sposi smaniano dalla voglia di conoscersi; le mogli dei Rusteghi con astuzia e furberia, e pur di far dispetto ai mariti, si danno da fare per far incontrare i due promessi sposi; portano in casa di Lunardo il futuro sposo Filippetto travestito da donna che può così conoscere Lucetta , ma sul più bello quando i due si sono conosciuti e innamorati vengono scoperti .
Apriti cielo, succede il finimondo; gli uomini vanno su tutte le furie, voleranno battibecchi verbali fra i quattro Rusteghi e le loro mogli , ma qui l’autore che è sempre avanti con i tempi e molta stima verso le donne (siamo nel 1760) ed è bravo nel creare personaggi femminili di spessore. Nella scena finale scopriamo con gli interpreti, che in scena fanno il girotondo, una leggera ma determinata Signore Felice interpretata da una bravissima Stefania Felicioli, che nonostante la sua vocina e il suo esile aspetto fisico, ma con una gran tenuta di scena, sa affrontare i quattro Selvadeghi con una serie di argomentazioni tutte piene di buon senso.
Lei riuscirà convincerli che dopotutto non è successo niente di grave, e concluderà il suo discorso dicendo ” Acordo anca mi, che la puta no sta ben che la fazza l’amor, che el mario ghe l’ha da trovar so sior padre, e che la ha da obbedir, ma no xe gnanca giusto de meter a le fie un lazzo al colo.”
Sul palco la scena, semplice e sobria, rappresenta un tipico palazzo Veneziano, che con elementi scorrevoli e pochi spostamenti creano o cambiano l’ambiente; abbiamo visto un compagnia affiatata, un ritmo sostenuto dal principio alla fine, una regia attenta, uno spettacolo curato. Non ci sentiamo di citare nessuno degli attori, perché tutti meriterebbero di essere nominati. tutti sono stati nella parte; i costumi di scena delle donne sono belli e vivaci nei colori , secondo noi per significare la loro apertura nel cambiamento, mentre i costumi maschili hanno i colori spenti proprio perché tutto non cambiasse.

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