Il deserto dei Tartari

SCAFFALE

Cercando un libro in cantina (che puntualmente non abbiamo trovato) ci è casualmente capitato tra le mani il volume “Il deserto dei Tartari” di Dino Buzzati, un’opera che da tempo desideravamo leggere ma che non avevamo finora avuto occasione di farlo.
Anche se l’edizione in cui l’abbiamo letto noi è del 2002, l’opera fu pubblicata da Dino Buzzati nel giugno del 1940, proprio quando Mussolini fece entrare l’Italia nel secondo conflitto mondiale.
Il romanzo parla di un ufficiale di prima nomina, Giovanni Drogo, che viene destinato alla Fortezza Bastiani, uno sperduto avamposto che presidia un deserto dal quale potrebbe scendere un esercito nemico, come una volta era successo con i Tartari.
Un posto che sembra una punizione per un ufficiale che abbia intenzioni di fare carriera ed acquisire una gloria come militare; da anni infatti, al di là di quella Fortezza, pur presidiata da quotidiani turni di guardia, si estende il deserto assoluto.
Solo ad un certo punto, tra le brume, con il cannocchiale sembra si possano individuare dei movimenti del presunto nemico; tanto che per non creare continue inutili discussioni, il comando militare proibisce l’uso del cannocchiale.
Dopo un primo periodo di 4 anni, in cui il tenente Drogo sembra intenzionato a chiedere il trasferimento altrove, durante una licenza si accorge di non essere più in grado di rientrare nel mondo in cui è cresciuto, ormai incapace di sentire affetti non rispondenti al regolamento militare.
Il nostro tenente fa quindi ritorno alla Fortezza e di adagia ad una monotona routine quotidiana che si trascina avanti per anni, tanto da perdere l’occasione di andarsene, che i suoi colleghi hanno invece colto.
Quando il tenente Drogo è ormai vecchio e malandato, improvvisamente arriva il nemico; ma il comandante la Fortezza, col pretesto di metterlo al sicuro (in realtà per creare spazio ai rincalzi), lo trasferisce altrove, togliendogli anche l’ultima illusione di misurarsi in combattimento col finora invisibile nemico.
Collocato nel 1940, quando ricordiamo la guerra era imminente, per questo romanzo Dino Buzzati è stato considerato un guerrafondaio; in realtà, sul piano letterario, si tratta invece di una metafora della vita umana in cui si è sempre in attesa di un qualcosa per realizzarsi come persone, un’attesa che quando finalmente finisce ci trova incapaci di affrontare l’impresa che avevamo in mente, quasi una beffa alle aspirazioni umane.
Lo stile narrativo di Dino Buzzati è decisamente un italiano classico, limpido ed efficace, mentre il ritmo è decisamente di altri tempi

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