Il giovane favoloso

CINEMA

LeopardiMolti sono i motivi per cui non siamo stati soddisfatti dal film su Giacomo Leopardi, “Il giovane favoloso” (titolo inaccettabile) recentemente proiettato a Cinema Patronato di Thiene, nell’ambito dei Cineincontri 2015.
Diciamo subito che probabilmente i limiti da noi riscontrati sono dovuti più che altro alla sceneggiatura; anche perché noi abbiamo apprezzato sia l’interpretazione dei vari personaggi, compreso il poeta interpretato da Elio Genna-ro, che la ricostruzione d’ambiente, soprattutto di Reca-nati.
Dal film sembra che, secondo il regista Mario Martone, il pessimismo sviluppato nella vita dal poeta sia più che altro dovuto ad una mancanza di amore, un sentimento che sembra non aver mai riscaldato la sua vita.
Mancati gli affetti famigliari, con un padre-padrone, che vuole determinare la carriera del figlio, e una madre sfer-zante nella sua severità più puritana che cristiana, il gio-vane studioso agogna a trovare fuori del “natio borgo selvaggio” quel che la famiglia non gli permette di avere.
Finché resta a Recanati, il suo mondo è limitato alla piazza davanti al palazzo nobiliare dove la famiglia risiede, dalla cui finestra spia la giovinetta Silvia, o la siepe del colle che “dall’ultimo orizzonte il guardo esclude”.
Quando invece comincerà la sua avventura nel mondo, il giovane letterato troverà amicizia (Giordani), affetto (Ra-nieri, Fanny), ma non l’amore che cercava e di cui sentiva bisogno come dell’aria del suo sempre più difficoltoso re-spirare.
Un amore che gli viene precluso proprio dalla deforma-zione che il suo corpo ha sviluppato in seguito al troppo tempo passato sulle “sudate carte”.
Possiamo aggiungere l’incomprensione dei letterati dell’epoca per l’efficacia della sua poesia, basata su solide basi di studi classici ma applicata alla realtà quotidiana, quella del sabato al villaggio, del passero solitario.
Che questa insoddisfazione di vita porti al pessimismo, ci sembra una evoluzione naturale, in una persona sensibile che sentendosi sfuggire le occasioni di amare ed essere amato, si vede condannato alla solitudine.
Meno interessante e forse troppo insistita nei toni è la parte del film che narra la vita di Giacomo Leopardi a Na-poli.
La città, con l’epidemia di colera, con l’eruzione del Vesu-vio, con le sue lupanare sotterranee, viene attraversata da un giovane-vecchio, claudicante e piegato a metà, che si trascina per le strade e frequenta i circoli letterari, dove viene compatito.
Questo, ci vien da dire, non è più il Leopardi, quello dei nostri studi giovanili, ma è uno zombi che il regista impie-tosamente fa che si trascini, fino al trasferimento a Torre del Greco. E se accettiamo la recitazione de “La Ginestra” quasi come un testamento spirituale, abbastanza calcata ci sembra la rappresentazione della madre come statua della natura che “di tanto inganna i figli suoi.“
Forse, è una nostra ipotesi, una sceneggiatura più “leo-pardiana”, nel senso di più misurata pur nella sua profon-da tristezza, ci avrebbe dato un grande film, che per evi-tare di entrare il merito molti critici hanno definito post-moderno.

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