Il maestro e Margherita

TEATRO

(Photo©Giuseppe Santamaria)
Per quanto ci disturbi, a proposito de “Il Maestro e Margherita”, spettacolo recentemente andato in scena al Teatro Comunale di Thiene nell’ambito della 40^ Stagione, dobbiamo ripeterci con le stesse osservazioni che abbiamo fatto relativamente ai due precedenti spettacoli.
Forte apprezzamento per la ‘teatralità’, questa volta decisamente spettacolare, riserve invece sul testo recitato, dichiaratamente una ‘riscrittura’ teatrale del romanzo di Michail Bulgakov ad opera di Letizia Russo, per la regia di Andrea Baracco.
Tre su tre spettacoli che danno adito alle stesse considerazioni, non possono essere considerati una semplice coincidenza ma chiaramente denotano una tendenza del momento attuale del teatro italiano; sembra quasi che si siano inaridite le fonti di ispirazione e le proposte culturali, non si osa tentare nuove vie ma ci si limita a riproporre, magari in modo teatralmente efficace, opere letterarie su temi già noti, giocando sulla spettacolarità e sugli effetti speciali.
Ecco allora che il romanzo di Bulgakov, già di per se stesso complesso, una volta ridotto per la scena diventa una maratona teatrale di 3 ore non da tutti sopportate e che solo in parte riesce a rendere lo spirito dell’originale, cosa questa che comunque nessuno avrebbe potuto aspettarsi.
Quello che abbiamo visto sul palcoscenico del Comunale thienese è stato veramente uno spettacolo di grande teatro, di quelli che segnano la memoria per anni, con un insieme ben amalgamato di tutti gli elementi scenici, la recitazione quasi sempre misurata ed efficace, i costumi, gli effetti speciali; oltre alla bravura di un grande Riondino, anche tutti gli altri attori sono stati efficaci nella resa a volte anche di più personaggi.
Di grande effetto abbiamo trovato la sottolineatura con cui anche i costumi contribuivano a rendere la drammaticità della scena; si pensi al flagellatore, al mantello di Ponzio Pilato, al manoscritto che brucia, al treno che investe Berlioz. Quel che si dice uno spettacolo!
Ma veniamo al testo; per seguirlo era necessario aver preventivamente letto il romanzo di Bulgakov; l’alternativa era cercare di intuire il succedersi di situazioni spesso drammatiche in base agli elementi scenici, ma che le parole non sempre riuscivano a far comprendere compiutamente. Siamo, è un vezzo ormai comune, al teatro non solo ‘gridato’ ma ‘gridato in fretta’ quasi che sia il tono e non il significato che dà il senso alle parole recitate.
Così, per esempio, il dramma umano di un Ponzio Pilato che per ‘ragion di stato’ condanna a morte un innocente, può essere capito solo se si fa riferimento al contesto storico in cui il romanzo fu scritto, la Russia sovietica degli anni ’30, quando le ‘purghe’ staliniane punivano con il manicomio o con il gulag ogni forma di libera espressione di dissenso.
Lo stesso dicasi del suicidio finale con i due innamorati che considerando insostenibile l’oppressivo potere, l’invasiva ingerenza dello Stato anche nel privato personale oltre che nel culturale (come già prefigurato dal romanzo “Il tallone di ferro” da Jack London e riproposto dal Grande Fratello del romanzo “1984” di Orwell) scelgono di andarsene dalla Russia di Stalin preferendo ad essa l’inferno di Belzebù.
Lo stesso personaggio di Woland (o Satana), efficacemente interpretato da Michele Riondino, più che la grandezza del miltoniano ‘angelo caduto’, sembra rievocare un cinico e beffardo Spirito del male, che svolge la sua funzione sapendo di esistere solo perché “esiste Dio”.

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