Il pane nella sporta

SCAFFALE

È abbastanza difficile definire sul piano letterario il libro “Il pane nella sporta” di Imelde Rosa Pellegrini, edito da Nuova Dimensione di Portogruaro nel dicembre 2012.
In genere in questi casi, a parte il titolo rievocativo, maggiori delucidazioni si possono ricavare dal sottotitolo, che nel nostro caso recita “Una bambina nel Veneto degli anni Quaranta”.Se poi pensiamo che la bambina, Imelde Rosa Pellegrini, ha trascorso la sua fanciullezza e gioventù a Cogollo del Cengio, dove la famiglia risiedeva, allora cominciamo in qualche modo a sentirci di casa, perché a quel suo mondo sentiamo di appartenere anche noi.
La scolaretta di paese che ha proseguito gli studi fino all’università in tempi in cui questa, sia per lei che per la famiglia, non era certo una scelta facile, fino a laurearsi e a diventare insegnante, arrivando a Portogruaro dove, ormai in pensione, vive e dove è presidente dell’Anpi.
Questa, pur così brevemente tracciata, è la dimensione della sua storia personale, una dimensione non comune, cui vanno aggiunte almeno altre due dimensioni che nel libro si intersecano in modo assolutamente interessante e coinvolgente.
Da una parte i ricordi dell’infanzia, così come si vivevano a Cogollo del Cengio nell’immediato anteguerra; la vita quotidiana in famiglia e nel paese, le attività legate alla parrocchia e alla vita religiosa, la scuola elementare.
L’autrice nel ricordo rivive con bonaria simpatia momenti felici e momenti tristi, le gioie della spensieratezza che facilmente si trasformavano in incubi infantili di un mondo ancora popolato di anguane e di salbanei, non ancora tarpato dalla desolante omologazione delle fantasia infantile che forse è il vero crimine della invasività televisiva e mass-mediatica.
Quello che dà a “Il pane nella sporta” la sua valenza e il suo spessore letterario è anche la dimensione che vorremmo definire “sociologica” o “antropologica”, cioè la ricostruzione dell’ambiente, con i luoghi, i fatti e i personaggi della civiltà in cui Imelde è cresciuta e si è formata alla vita, prima ancora di arrivare a Padova per i suoi studi.
C’è quindi nel libro questa simbiosi tra le emozioni vissute personalmente dalla bambina che va scoprendo il mondo, e l’ambiente umano e sociale in cui avviene la sua esperienza di maturazione alla vita.
Di particolare interesse il periodo in cui non solo Cogollo del Cengio, ma la sua stessa famiglia, sono coinvolti nella guerra e nella lotta resistenziale.
Naturalmente la lettura di quest’opera assume un fascino del tutto particolare per quanti, come noi, sono nati e cresciuti in uno dei tanti paesetti dell’alto vicentino, realtà che non sono molto diverse da Cogollo del Cengio, dove è cresciuta l’autrice.
Si ritrovano allora, sopiti ma non dimenticati, ricordi legati a fatti ed emozioni delle nostre esperienze giovanili, si rivedono gli aspetti di un modo di vivere e di pensare che abbiamo ancora dentro di noi, e che sono parte integrante della nostra formazione umana.
Insomma Imelde Rosa Pellegrini raccontando se stessa, in qualche modo racconta anche noi, riportandoci al ricordo della fragranza de “Il pane nella sporta.”