Il visconte dimezzato

SPETTACOLO

DimezzatoTra le riletture che solo gli ozi estivi permettono, in questa torrida estate che si avvia a spegnersi, ci è capitato tra le mani il romanzo “Il visconte dimezzato” di Italo Calvino, edito nel 1993 negli Oscar Mondadori.
La rilettura di un’opera, magari a distanza di decenni, ha spesso l’effetto di farcela vedere in una luce nuova, diversa, a volte persino più matura.
Italo Calvino aveva a suo tempo scritto questo romanzo, concepito come una favola divertente, col dichiarato intento di “scrivere un libro che mi sarebbe piaciuto leggere”.
La vicenda, narrata da un ragazzino, nato dagli amori illegittimi di una giovane nobile con un bracconiere, è quella del visconte Medardo di Terralba, che durante la guerra contro i Turchi, viene centrato da una palla di cannone e diviso verticalmente a metà.
Tornato nel suo feudo, Medardo il dimezzato si abbandona ad ogni sorta di violenza e di cattiveria, arrivando persino a dar fuoco all’ala del castello per far morire la nutrice Sebastiana, che si salva ma viene cacciata dal castello come lebbrosa.
Medardo, che ormai la gente chiama il Gramo, finisce per innamorarsi di una pastorella, Pamela, cui da par suo invia messaggi cruenti, ai quali la ragazza, contro il parere dei genitori, cerca di sottrarsi isolandosi nella foresta.
Ma un giorno il ragazzo-narratore nota che Medardo ha uno strano comportamento, diverso dal solito: a tutti i soprusi e le angherie sostituisce impensabili atti di generosità e di bontà.
Finché naturalmente il ragazzo scopre che a far del bene non è il Gramo, ma l’altra meta di Medardo di Terralba, la parte buona del suo corpo, popolarmente chiamato il Buono.
Naturalmente questo comporta una continua lotta tra il Gramo e il Buono, cioè tra il Bene e il Male, che si protrae nel tempo, divisi anche dall’amore di entrambi per Pamela.
A lungo andare tutti i tentativi del Buono di fare del bene si rivelano spesso goffi ed ingombranti, quasi sempre inutili perché rovinati dal Gramo; le sue prediche moraleggianti cominciano a venire a noia agli abitanti perché inconcludenti e inefficaci contro il Male.
Il Buono sembra quindi avere la peggio, con il Male che vince sul Bene, finché si arriva al duello per decidere chi ha il diritto di impalmare Pamela.
Con le possibilità offerte dalla fantasia, Calvino fa in modo che il duello sia lungo e cruento, aprendo nei due contendenti numerose ferite e vecchie cicatrici; questo permetterà all’improbabile dottor Trelawney di ricucire le due metà insieme, ricomponendo Medardo di Terralba come uomo intero, fatto di bene e di male.
C’è, a ben pensare, una grande ed ancora attuale modernità in questa che è stata definita una favola filosofica, secondo la quale in ogni persona c’è la parte buona e la parte malvagia che continuamente si confrontano, con spesso il prevalere dell’una sull’altra, tanto che il ragazzo-narratore conclude dicendo “Alle volte uno si crede incompleto ed è soltanto giovane.”

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