Il visitatore

TEATRO

VisitatoreLa 36^ Stagione Teatrale Thienese si è aperta martedì 3 novembre con una gradita accoglienza musicale e, come di prammatica, con il saluto dell’Assessore alla Cultura, prof. Maria Gabriella Strinati.
In programma c’era “Il visitatore”, dramma del 1993 di Eric-Emmanuel Schmitt, nella traduzione e regia di Valerio Binasco.
Si tratta, diciamolo subito, di teatro letterario-filosofico, la trasposizione sulla scena di quelli che nel ‘700 erano i dialoghi dei maitres-à-penser, compresi quelli sui massimi sistemi.
E di questo particolare genere l’opera andata in scena al Teatro Comunale di Thiene risente, per quanto la materia sia trattata da attori di esperienza come Alessandro Haber e Alessio Boni.
Siamo a Vienna nel 1938, quando il regine nazista di Hitler era forse al massimo della sua forza, soprattutto dopo l’Anschluss dell’Austria, nello studio di Sigmund Freud, indeciso tra l’ascoltare la figlia Anna che, di fronte al pericolo per gli ebrei, gli chiede di mettersi in salvo all’estero, e il restare nella fragile speranza che la gente si renda conto della enormità di quello che sta accadendo e reagisca ribellandosi.
La figlia, per la sua sfrontatezza di fronte ad un ufficiale della Gestapo, viene da questi arrestata, e Freud rimane da solo di notte nel suo studio ad aspettarne la liberazione.
Una notte di ansia e di paura nella quale ad un certo punto irrompe un visitatore, uno strano personaggio che dello psicanalista sembra conoscere tutto, compresi i traumi interiori giovanili.
Freud capisce di essere di fronte ad un personaggio che è assolutamente fuori dagli schemi della normalità dei suoi pazienti, uno da cui alla lunga, invece di psicanalizzare, finirà per essere psicanalizzato.
Uno che, senza mai essere esplicito, si atteggia e parla come un Dio, quello alla cui esistenza Freud filosoficamente non crede.
I due, attraverso un fitto dialogo, sviluppano un teorema che non è certo nuovo, ma che quella notte, con i nazisti schiamazzanti in strada, diventa particolarmente pregnante e significativo.
“Se Dio ci fosse, cosa che mi rifiuto di credere, perché non impedisce tutto quello che sta succedendo, particolarmente riguardo agli ebrei, con la dittatura nazista di Hitler?”
È l’eterna domanda che l’uomo si pone di fronte al male nel mondo: se Dio, oltre che onnipotente, è bontà infinita, perché permette il male, nei vari modi in cui questo si manifesta, e che lui potrebbe impedire?”
Quella notte Dio, mentre i due discutono animatamente, sembra comunque operare secondo un suo principio provvidenziale, se Anna alla fine viene liberata e Freud accetta di firmare una umiliante richiesta di espatrio; anche se fuori la tempesta è alle porte.
Magnifica l’interpretazione di Freud da parte di Haber, per quanto ne accentui un po’ realisticamente gli acciacchi della vecchiaia; un po’ istrionesca, per un Dio, la mobilità sulla scena di Alessio Boni, quasi che si diverta a scherzare con l’uomo.
Una certa pesantezza viene dai prolungati monologhi, che richiedono un deciso sforzo filosofico per essere seguiti, ma nel complesso teatro di grande spessore.
PS – Nella realtà Freud accetterà di espatriare e, dato il limite di persone impostogli dai nazisti, porterà con sè l’amante, lasciando a casa due sorelle che moriranno in un lager.

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