La bora

QUANTESTORIE!

Chiariamo subito che la “bora”, di cui qui parliamo, non è il forte vento che a volte soffia a Trieste, ad una velocità così impressionante che bisogna essere allenati per farvi fronte; così come bisogna premettere che non abbiamo trovato il termine bora, nel senso da noi utilizzato, nei vari dizionari specialistici del dialetto vicentino, anche se ricordiamo che un tempo da noi veniva normalmente usato.
Ne dobbiamo dedurre che si tratti di un termine che aveva una valenza strettamente locale, zuglianese o poco più; forse era legato alla sub-economia dell’Astico, che ai tempi della nostra fanciullezza offriva un posto di lavoro per i disperati che non avevano trovato altri lavori. Si trattava di cavare dal letto del fiume sabbia per muratori, filtrandola attraverso una rete metallica, o la più raffinata ‘lossa’, una sabbia più fine e grigia, tipica del Brenta; oppure cavare i sassi bianchi, calcarei, per la fornace di Breganze (la “Calcara”), dove i sassi stessi venivano cotti e quindi, una volta bagnati con acqua in apposite buche (la busa dea calsina) diventavano calce o calcina per muratori; mescolata alla sabbia, più o meno fine, e al cemento, si faceva la ‘malta’ per le costruzioni.
Siamo anche noi fra quelli che, da ragazzi, hanno avuto l’esperienza di tentare di raggranellare qualche soldo cavando i sassi nell’Astico; che poi caricati sul camion (a volte camion e rimorchio) venivano portati alla Calcara per essere lavorati.
Se per noi ragazzi era un lavoro da disperati, fatto occasionalmente per guadagnarci i soldi per il cinema, e magari una fresca Coca, immaginiamoci cosa doveva essere per chi con questa immane fatica quotidiana doveva mantenere una famiglia.
Ora, è tempo di chiarirlo, nella nostra accezione, evidentemente tutta locale, una bora era una pietra di media grandezza, che stava cioè, come dimensione e peso, tra un sasso che si poteva lanciare, e un masso che per muoverlo ci vuole la gru; insomma una bora era un grosso sasso ancora umanamente trasportabile, di forma di solito arrotondata, tendente all’ovale, del peso, diciamo, tra i 20 e i 30 chili; ad essere sofisticati, come ex cavatori di pietre, bisognerebbe distinguere tra le bore bianche, calcaree, utili per fare calcina e le altre, di varie sfumature, che non sappiamo a cosa potessero servire.
Qualcuno si sorprenderà se, dopo tutta questa lunga introduzione, ci troveremo a collegare la bora all’uso del dialetto veneto o, a questo punto, vicentino. Siamo ai tempi della scuola media, quella seria, quella anti-riforma, non ancora obbligatoria e quindi elitaria, per non dire classista.
Dalle elementari, alla scuola media si accedeva mediante un ‘esame di ammissione’, con il quale si veniva sostanzialmente selezionati già in partenza, in modo da eliminare subito quelli che avrebbero potuto appesantire la corsa meritocratica in cui eravamo allora tutti impegnati; la promozione non era sufficiente, quella a cui si puntava era la mitica (mai raggiunta) ‘media del sette’.
Ora, in questa scuola media, che noi abbiamo frequentato al Collegio Vescovile di Thiene, essendo una scuola decisamente elitaria, era normale che gli alunni usassero normalmente la lingua italiana, e non il dialetto, veneto o vicentino, che era allora per noi di uso quotidiano; anzi, l’uso del dialetto era decisamente aborrito, tanto da farne oggetto di una vera e propria crociata punitiva.
Aralde di questa sacrosanta crociata contro l’uso del dialetto erano di solito le professoresse di lettere, che allo scopo non lesinavano i mezzi; questo anche se poi, tra loro, fuori classe, comunicavano normalmente di dialetto.
Non la nostra prof che, ad onor del vero, aveva capito che l’uso della lingua italiana era una abitudine da acquisire attraverso un suo uso costante, e ci riempiva di compiti, in particolare di un tema settimanale, per abituarci ad usarla.
Altre prof usavano altri mezzi, con una varietà che dipendeva dalla loro fantasia; il metodo più usato, persino inflazionato, era quello di una penalizzazione di 5 o 10 lire per ogni parola in dialetto che la professoressa ci sentiva pronunciare, insomma quella che chiamavamo il metodo della ‘multa’.
L’intento era sacrosanto, abituarci a non usare il dialetto, almeno in classe; e alla fine dell’anno scolastico, la somma raccolta con le multe serviva per andare, come classe, a mangiare pizza insieme. Per fortuna che la nostra professoressa non ha adottato questo metodo, altrimenti noi dialettofoni accaniti, per pagare le eventuali multe, avremmo dovuto contrarre un mutuo, per quanto non avremmo saputo con chi.
Erano i tempi in cui per farci un panino con nutella alla ricreazione, del costo di 20 lire, al bar di fronte alla scuola, a casa dovevamo inventare la scusa dei ‘fogli di protocollo’ da acquistare per i compiti in classe.
Tutti a questo punto si chiederanno cosa c’entri la famosa bora.
Dobbiamo allora spostarci sulle colline delle Bregonze, a Centrale di Zugliano, e precisamente al Collegio maschile che allora c’era presso Villa Rospigliosi, frequentato anche da alcuni nostri amici.
In questo Collegio, a detta appunto di un nostro amico, la crociata contro l’uso del dialetto aveva escogitato un metodo estremamente efficace, il metodo, appunto, della bora.
A chi, durante la giornata di collegio, inavvertitamente scappava una parola in dialetto, veniva immanentemente consegnata la bora, che ricordiamo era un grosso sasso del peso di una ventina di chilogrammi, che il malcapitato non doveva mai abbandonare nella quotidiana routine del collegio; insomma doveva portarsela dietro in tutti gli spostamenti della vita quotidiana, appoggiandola sul lavello per lavarsi la mattina, sul tavolo per i pasti, sul banco a scuola, ma tenendola sotto-braccio durante i momenti liberi della ricreazione; se era un amante del calcio, giusto per dare l’idea, avrebbe dovuto correre e calciare con sotto-braccio una bora di una ventina di chili: impensabile!
A questa crudele condanna si sfuggiva quando ad un altro malcapitato compagno capitava di lasciarsi sfuggire una parola in dialetto e allora la bora passava a lui, finché nell’incidente non fosse incorso un terzo compagno, e così via.
È difficile dire se questo metodo fosse efficace, considerato che spesso l’espressività dialettale era legata a momenti emozionali difficili da controllare sul piano linguistico.
Poi, con l’andare degli anni, sulla scuola media, ormai divenuta obbligatoria, è scoppiata la rivoluzione di don Lorenzo Milani; oggi le sue idee sono comunemente accettate, ma allora, ai tempi della bora, ebbero la dirompenza di una bomba.
A noi, insegnanti di lingua straniera, il prete confinato per le sue idee a Barbiana, fece capire che la lingua da far apprendere era quella che serviva per comunicare in situazione e non l’assurdo gioco a tranello delle regole grammaticali in cui fino ad allora, spesso cinicamente, ci eravamo beati, credendo di insegnare la lingua straniera.
Alla professoressa di italiano, destinataria della sua famosa lettera, don Milani tentò di far capire che per l’alunno, soprattutto se dialettofono, l’italiano che lei voleva insegnargli era una lingua da apprendere e non da dare per già acquisita, in quanto fuori scuola normalmente ci si esprimeva in una lingua diversa, quasi sempre un dialetto.
Per quanto poi, in specifico, riguarda il dialetto veneto, o vicentino, in supporto a don Milani venne Luigi Meneghello, il quale ci disse che l’espressività di un alunno dalle nostre parti si estrinseca in pieno solo in dialetto, anche perché la lingua italiana, quella ormai normalizzata dalla tv non poteva contenere tutta la pregnanza di significato tipica dei termini dialettali; da qui la sua teoria dei trasporti, cioè l’operazione culturale con cui si propone di arricchire l’espressività della lingua italiana con l’introduzione di termini dialettali.
La rivoluzione era completata: il dialetto da aborrito e combattuto, divenne forma di arricchimento culturale della lingua nazionale.
Resta da chiedersi che fine abbia fatto la bora!

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