La gita a Tindari

SCAFFALE

Ci mancheranno i romanzi di Andrea Camilleri, sia quelli con il commissario Montalbano che gli altri, ormai diventati per noi una piacevole lettura, quella che ci serviva per evadere mentalmente dai problemi quotidiani e immergerci in un mondo di cui l’autore ha sempre cura di dirci “Tutto in questo libro, nomi, cognomi, situazioni, è inventato di radica.”

Persino il commissario Montalbano nei romanzi di Camilleri non è quello televisivo, ma uno che ha tanto di capelli e persino i baffi. Insomma con Camilleri si viaggia in un mondo avventuroso, di fantasia, da cui si può scendere senza traumi.
Su questa linea anche il romanzo, ancora della Sellerio, edito nel 2019, dal titolo “La gita a Tindari”.
Nella trama un po’ più articolata del solito, il caso vuole che nello stesso condominio di Vigata avvenga l’omicidio di un giovane e la misteriosa e apparentemente inspiegabile sparizione di due anziani coniugi.
Questi infatti, durante una gita promozionale a Tindari, al ritorno hanno chiesto all’organizzatrice di fermarsi in un autogrill, da dove sono misteriosamente scomparsi senza lasciare tracce.
Il nostro commissario Montalbano sembra intuire che la concomitanza dei due fatti non possa essere casuale e con i suoi uomini si mette alla ricerca di un nesso con cui collegarli, sapendo per esperienza che lì potrebbe trovarsi la soluzione del caso.
La vicenda si snoda quindi secondo lo stile narrativo di Camilleri, che cerca in tutti i modi di umanizzare Montalbano, con le sue piccole debolezze, i suoi gusti e la serenità che ritrova nella sua casa a Marinella, dove fa e riceve le telefonate di Livia.
A poco a poco, aiutato dai suoi collaboratori, che con lui si sentono umanamente solidali molto oltre il senso del dovere, si procede con le indagini, fino alla scoperta…
Qui per ovvii motivi ci dobbiamo fermare, assicurando il lettore che il finale è più grande del prevedibile e riserva sorprese in precedenza non immaginabili.
Lo stile narrativo di Andrea Camilleri è quello suo solito, chiaro, lineare, con osservazioni da uomo comune, non perso in sottigliezze psicanalitiche.
Approfittiamo per parlare ancora una volta del sapore di dialetto siciliano che Camilleri dà ai suoi racconti e che molti trovano difficile, tanto da abbandonarne la lettura.
Noi che lo seguiamo da tanto tempo, a questo suo uso del dialetto siciliano ci siamo ormai abituati; dopotutto si tratta di capire poco più di una decina di parole dialettali che si ripetono spesso e di cui non ci vuol molto ad intuire il significato.
Il fatto è che, pur con qualche difficoltà di comprensione, il dialetto usato da Camilleri conferisce un particolare, imperdibile sapore al suo raccontare; insomma “Montalbano sono!” ormai ha lo stesso sapore di “Bond, James Bond!”.

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