La grande bellezza

CINEMA

185_GrandeBellezzaFa una certa sensazione rivedere a 50 anni di distanza il film “La Dolce Vita” di Federico Fellini; non solo rivedere, ma riprovare lo stesso senso di smarrimento che avevamo provato da adolescenti di fronte al capolavoro felliniano.
Per quanto in technicolor, questo è quanto abbiamo provato assistendo alla recente maratona della proiezione su Canale 5 del film “La Grande Bellezza” con cui Paolo Sorrentino due giorni prima ha vinto l’Oscar del 1914 come miglior film straniero.
Maratona perché oltre al film, di per se stesso abbastanza lungo e lento, ci siamo dovuti sorbire 4 interruzioni pubblicitarie da una decina di spot ciascuna; crediamo che questo, sul piano artistico, corrisponda ad un crimine culturale con cui si affogano le emozioni, che solo un degenere berlusconismo può continuare per soldi a perpetrare.
Un senso di smarrimento e di straniamento che comunque sempre ci assale di fronte ad opere non facili da capire e che soprattutto, come in questo caso, non narrano una vicenda ma piuttosto creano una atmosfera attraverso varie occasioni di vita che presentano e in cui dovremmo immergerci.
Sorrentino, attraverso il personaggio di Jep Gambardella, ricostruisce il mondo della Roma dell’aristocrazia e dell’alto clero, con tutto il contorno del sottobosco culturale di chi a loro aspira ad aggregarsi.
Jep è un giornalista che in gioventù ha scritto un romanzo di un certo successo (“L’apparato umano”) e che poi si è perso nella vuota mondanità romana per ritrovarsi a 65 anni a meditare sulla sua vita senza senso e significato. “Siamo tutti sull’orlo della disperazione, non abbiamo altro rimedio che farci compagnia, prenderci un po’ in giro».
Un mondo fatto di persone che come lui vagano tra una festa e l’altra, coi la partecipazione a tariffa dei nobili, con cardinali che raccomandano di mangiare “radici perché le nostre radici sono importanti”, dove poi si ringrazia per aver passato la notte senza aver “fatto niente”.
Una società corrotta e decadente che stride sullo sfondo di una città unica come Roma, deturpata nella sua “grande bellezza”, quella che le viene non solo dalla sua architettura ma anche dalla sua storia.
Alla fine, dopo un incontro con una centenaria veggente, una blasfema e avvilente parodia di Madre Teresa, Jep viene mandato come giornalista all’Isola del Giglio, dove nel ricordo di un amore da ventenne sembra capire la vera sostanza della “grande bellezza” dell’amore che ha definitivamente perduto nell’inseguire “il vortice della mondanità”.
Non vogliamo infierire su un film per altri aspetti da ammirare, per la fotografia, per la musica e per varie recitazioni di Sabrina Ferilli e Carlo Verdone, con certamente in testa il Toni Servillo che interpreta da grande attore il ruolo di Jep Gambardella.
Forse, come ci era già successo con la “Dolce Vita”, ci vorrà del tempo per capire a fondo “La Grande Bellezza”, stavolta magari seguendo le nostre emozioni senza irritanti interruzioni pubblicitarie. Quel che oggi ci limitiamo a dire è che di sicuro Sabrina Ferilli non è Anita Eckberg, Toni Servillo, per quanto bravo, non è Marcello Mastroianni, e soprattutto Paolo Sorrentino non è Federico Fellini.

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