La minestra-de-gaina

QUANTESTORIE!

124_FigadiniSe c’è una cosa che odio più della minestra col brodo-de-galina, quello con le chiazze di grasso che navigano nel piatto, è certamente quando al brodo-de-galina aggiungono i figadini, cioè le interiora tagliuzzate della gallina; lo considero una offesa personale al mio buon gusto.
Ricordo ancora come un incubo il giorno in cui fui costretto ad ingoiarne non uno ma ben due piatti ricolmi.
Le zie-dea-piaza, come sempre, avevano dato l’ordine a mio padre, il quale, visto che lui non guidava l’auto, l’aveva passato a me, di andare a prendere lo zio don Siro che arrivava da Padova alla stazione ferroviaria di Thiene e portarlo, non a Zugliano dove le zie abitavano, ma direttamente su a Campana, vicino a Lusiana, dove loro erano momentaneamente in villeggiatura, considerato che là si era ancora a mezza-montagna, e quindi un posto adatto per chi aveva (o credeva di avere) “affari de core”.
Così quando zio don Siro, come ogni settimana, arrivò in treno a Thiene, con l’intenzione di prendere la corriera fino a Zugliano per far loro visita, con sorpresa trovò me, con la mia 500 grigio-topo, pronto a portarlo su dalle zie a Campana.
Una volta arrivati, sul far del mezzogiorno, le zie, che stravedevano per il fratello sacerdote, avevano preparato una minestra di tagliatelle fatte in casa e cotte nel brodo di gallina più denso di grasso e di figadini che mi sia mai capitato di vedere. Qualcosa di disgustosamente rivoltante.
Le zie sapevano che don Siro ne era ghiotto e lui fece onore con gran gusto alla loro premura.
Dire che io invece odiavo il brodo di gallina, soprattutto se con chiazze di grasso e i figadini, non sarebbe servito a niente; primo perché se piacevano allo zio, che era prete, che piacessero o no a me era del tutto ininfluente e poi perché da mangiare c’era solo quello, e l’aria di mezza-montagna mi aveva messo un certo appetito.
D’altronde la minestra de tajadele fatta col brodo de gaina, a quei tempi, era ancora per molti il piatto forte della domenica, quello che serviva per dimostrare un certo benessere famigliare. E c’era chi arrivava persino ad uscire dopo pranzo con un pezzo di tagliatella opportunamente sistemata sulla punta della scarpa, fingendo che fosse caduta casualmente, per ostentare a tutti l’opulenza del suo pasto domenicale.
Di fronte a quel piatto che anche per me le zie riempirono fino all’orlo, riuscii finalmente a capire perché, mio nonno Angelo, disgustando zia Maria, dentro nel piatto della minestra de brodo-de-gaina coi figadini versava un intero bicchiere di vino rosso. Il colore violaceo che il brodo assumeva faceva decisamente schifo ma almeno il vino mitigava il disgustoso sapore della minestra.
Gli apprezzamenti di zio don Siro per la minestra furono dalle sollecite zie interpretati come un invito a riempire di nuovo il piatto; e se era piaciuto allo zio, che era monsignor, doveva per forza essere piaciuto anche a me.
Fu così che mentre a fatica e trattenendo il disgusto stavo per finire il mio piatto, zia Rina perentoriamente me lo riempì di nuovo.
Il secondo piatto fu davvero un incubo.
Finalmente, dopo il caffè, venne l’ora di ripartire. Zio don Siro mi aveva sempre incuriosito per la strana tecnica che aveva per raffreddare il caffè bollente prima di berlo; ne versava una parte dalla tazzina sul piattino, e quindi lo rimetteva nella tazzina. Ripetendo più volte questa operazione, senza spanderne una goccia, portava il caffè alla temperatura desiderata. A parte che a me il caffè piace caldo, ho sempre adottato la più sbrigativa tecnica di correggere il caffè con un goccio di grappa.
Sulla strada del ritorno zio don Siro, avendo esaurito nel viaggio di andata i convenevoli di circostanza, così per intavolare un discorso, ad un certo punto mi disse “Vedi, in tempo di guerra, una volta questa strada l’ho fatta di notte guidando un calesse e con un soldato tedesco seduto al mio fianco!”
Fu così che, mentre sentivo ancora in bocca il persistente disgustoso sapore del brodo-de-gaina, e avendo davanti un viaggio di ritorno in auto stavolta fino a Padova, perché il treno del ritorno era già partito, lo zio mi raccontò di un’avventura che gli era occorsa proprio su quelle strade durante la guerra, quando lui, oltre che insegnante di lettere al seminario “Barcon”, era stato anche chiamato a sostituire temporaneamente il parroco di Conco.
Quella sera, siamo nel 1944, poco prima che partisse in bicicletta da Thiene per Conco, lo zio era stato discretamente avvertito di fermarsi a Zugliano dalle sorelle.
Qui, oltre alle zie, trovò anche i fratelli Piero e Toni, a cui era stato chiesto di accompagnarlo segretamente su al Palazzon, cioè Villa Giusti, dove c’era da benedire la salma di un partigiano ucciso.
Sia perché si era in tempo di coprifuoco, ma anche per evitare incontri di persone che avrebbero potuto riconoscerli, avevano raggiunto Villa Giusti per l’antica strada delle Fontane, che dicono di origine romana, e poi si inerpicarono su per la Grottolona, che fra l’altro passava vicino al rifugio partigiano della Melia Vaisana, dove per tutta le Resistenza decine di partigiani avevano trovato una generosa ospitalità.
Al Palazzon si trovarono di fronte ad una scena spettrale; in mezzo al salone grande, era stata composta in una bara la salma di Francesco Zaltron, cioè il comandante partigiano Silva, che i compagni avevano pietosamente staccato dall’albero cui era stato impiccato, dopo essere stato barbaramente ucciso.
Quel giorno l’arresto del comandante Silva aveva messo in subbuglio tutti i partigiani della zona, decisamente intenzionati a tentare di liberarlo.
Fulvio Testolin raccontava che, essendo Silva di Marano, loro avevano pensato che sarebbe stato tradotto alle carceri sistemate nelle scuole elementari di quel Comune, ancora tristemente famose perché in esse si praticava la tortura sui partigiani prigionieri.
Si erano quindi appostati sulla strada tra Thiene e Marano, decisi a fermare il convoglio.
Silva invece, contando proprio su un tentativo dei compagni di liberarlo, aveva pensato di fingersi pentito, promettendo ai brigatisti neri di condurli sui posti dove erano nascosti i partigiani; erano quindi usciti in camion andando però nella direzione opposta, cioè verso la montagna; ma arrivati a Mortisa, senza incontrare i partigiani, in un tentativo disperato di fuga, Silva era saltato dal camion, buttandosi giù per il ripido declivio di fianco alla strada.
Purtroppo era stato raggiunto e barbaramente ucciso; e dopo aver fatto scempio del cadavere, era stato impiccato già morto ad un albero sul ciglio della strada.
Oltre al dolore della perdita del loro comandante, c’era quindi nei convenuti soprattutto la rabbia di non essere riusciti a salvarlo.
Appena buio, ne avevano recuperato il corpo che, clandestinamente avevano portato a Villa Giusti da dove, dopo avergli reso gli onori, avevano intenzione di trasferirlo temporaneamente al cimitero di Zugliano.
Esistono ancora le foto storiche in cui nel salone di Villa Giusti, c’è la bara aperta con il corpo ricomposto di Silva, e intorno i compagni in armi che gli fanno la guardia d’onore.
Don Siro aveva recitato l’ufficio funebre alla luce delle candele e in un silenzio assoluto; a Silva i compagni avevano presentate le armi, come si fa con i combattenti.
Poi la bara era stata chiusa da Piero e Toni, e un mesto corteo si era avviato giù per la Grottolona e per viottoli nascosti verso il cimitero di Zugliano dove era stata momentaneamente sistemata in una tomba di famiglia.
Quasi per scusarsi con zio don Siro del pericolo in cui lo avevano coinvolto, qualcuno gli propose di prestargli il calesse tirato dal cavallo, col quale avrebbe, dopo la cerimonia potuto più comodamente raggiungere Conco. Lo zio apprezzò l’offerta, anche perché gli evitava la fatica e il pericolo del viaggio notturno in bicicletta.
Compiuto il mesto rito e salutati i fratelli, don Siro era salito sul calesse che gli era stato offerto e si era avviato verso la montagna.
Montando sul calesse si era accorto che sotto il sedile, coperta da una tela incerata, era stata sistemata una cassa; non gli volle molto a capire che dentro c’era qualcosa che era meglio lui non vedesse.
Il tempo era uggioso; don Siro, sistematosi il cappello da prete, si avvolse nel suo tabarro, lasciando che il cavallo procedesse a passo normale; lui si limitava a tenere pronte le redini nel caso ci fosse stato bisogno di fermarlo o di fargli cambiar direzione.
La strada, almeno fino a Salcedo, era assolutamente deserta; non solo il coprifuoco, ma il pericolo di incontri indesiderati sconsigliavano di percorrerla di notte.
Col pensiero fisso sulla vicenda del povero Silva, don Siro recitò alcune preghiere di suffragio; poi si perse nei suoi pensieri e negli impegni che lo attendevano.
Era ormai notte fonda quando il calesse attraversò l’abitato di Lusiana, dove c’era un presidio di polizia repubblichina, che poteva costituire un qualche pericolo; per quanto don Siro fosse munito di un lasciapassare per i suoi spostamenti da Thiene a Conco e viceversa, non si poteva mai dire: bastava un soldato ubriaco per piantare rogne.
Una volta fuori dall’abitato di Lusiana, la strada proseguiva verso Conco abbastanza pianeggiante, anche se con molte curve.
Fu ad una di queste curve che il cavallo improvvisamente si fermò nitrendo, perché davanti a lui qualcuno lo stava trattenendo per le briglie. Con sua grande sorpresa don Siro si rese conto che si trattava di un soldato tedesco.
Questi, con l’arma a tracolla, in qualche modo gli fece capire che doveva raggiungere Conco e gli chiedeva di poter salire sul calesse con lui.
Probabilmente il soldato aveva pensato che lui, armato, avrebbe potuto aver ragione di quel passeggero solitario, nel caso avesse reagito male alla sua richiesta.
Da parte sua don Siro pensò che anzitutto non avrebbe potuto rifiutarsi a una richiesta così educata e che magari, con un soldato tedesco al fianco, sarebbe stato più sicuro nel caso avesse incontrato dei fascisti o dei tedeschi.
Restava evidentemente il pericolo di un incontro con un gruppo di partigiani che chissà se, con un soldato tedesco al fianco, gli avrebbero dato il tempo di spiegare la situazione. E inoltre, in cuor suo, non poteva fare a meno di pensare al pericolo che veniva dal contenuto della cassetta che era stata sistemata sotto il suo sedile.
Si risolse quindi di farlo salire con un invitante sorriso di circostanza; il soldato prese posto sul sedile e mentre il cavallo ripartiva, sprofondò nel suo pastrano con un sussurrato grazie.
Ci fu inizialmente un momento di silenzio tra i due; poi don Siro pensò fosse opportuno rivelarsi come sacerdote, considerando anche che a Thiene i tedeschi erano acquartierati proprio in un’ala del seminario. Scostò un po’ il tabarro, e facendo intravedere il collare bianco, allungando una mano disse “don Siro”; il soldato, capito il gesto, gli strinse la mano dicendo “Helmut”.
Una volta rotto il ghiaccio, in uno stentatissimo italiano, Helmut gli disse di essere un insegnante di latino in un liceo tedesco, e di essere luterano.
Fu quindi quasi naturale per don Siro cominciare a rivolgersi a lui in latino, e, una volta avviata, la conversazione tra i due continuò in modo piacevole.
Don Siro gli raccontò di essere figlio di un fabbro e maniscalco del paese, che morendo aveva lasciato la moglie e 6 figli nella miseria; come succedeva con molti orfani, lui era stato accolto in un seminario, dove aveva avuto la fortuna di studiare e di non patire la fame, come la pativano i suoi fratelli e sua madre. Aveva proseguito gli studi fino ad essere stato ordinato sacerdote; poi gli era stato chiesto di restare in seminario come insegnante, e qui dalle medie era passato al ginnasio, dove insegnava lettere e latino.
Helmut, sempre in latino, gli fece capire di essere di famiglia piccolo-borghese ma benestante. Il padre era medico, la madre insegnante elementare, e lo avevano fatto studiare fino a laurearsi e diventare a sua volta insegnante di latino.
Lui, disse sempre in latino, odiava la guerra e chi l’aveva mandato qui a combattere. Non tentò nemmeno di difendere l’operato dei nazi-fascisti, che spesso comunque reagivano per paura di fronte al pericolo rappresentato dai partigiani che infestavano la zona.
Don Siro, con tutte le cautele del caso, gli fece notare che i partigiani erano a casa loro, che difendevano la loro terra da chi, con grandi violenze, l’aveva occupata.
Peccato, gli fece notare Helmut, che non tutti gli italiani la pensassero cosi e fossero dalla stessa parte.
Con grande solennità, dettata anche dalla lingua in cui conversavano, i due continuarono tranquillamente a confrontare i loro rispettivi punti di vista sulla guerra che stavano vivendo.
Ad un certo punto Helmut tirò fuori dal taschino una foto con una giovane moglie e due bei bambini. “L’unica cosa che voglio e per cui prego il mio Dio è che tutto questo finisca presto, per poter tornare da loro.” Don Siro gli mise una mano sulla mano “D’ora in poi lo pregherò anch’io, il tuo Dio. Che brutta cosa è la guerra!”
Rimasero entrambi in silenzio mentre i cavallo arrivava a Conco, fermandosi davanti la Canonica. I due scesero, si dettero la mano, e Helmut nel ringraziare don Siro, allontanandosi lo consigliò di far sparire in fretta la cassetta che aveva sotto il sedile. Naturalmente glielo disse in latino.
Una belle storia, edificante quanto si vuole, ma che a me era però costata due piatti di minestra di tagliatelle con brodo-de-gaina e figadini.

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