La scissione furba di Matteo Renzi

ATTUALITÀ

Mentre il governo Conte 2 non aveva ancora finito di insediarsi, con la mancanza di tatto che da sempre lo contraddistingue, Matteo Renzi, in profonda crisi di protagonismo, ha lasciato il Partito Democratico, fondando un nuovo soggetto politico che ridicolmente si chiamerà “Italia viva”; fosse stato “Viva l’Italia!” sarebbe stato ancor meglio della berlusconiana calcistica Forza Italia.
Se è vero che lo hanno seguito una trentina (il dato è da verificare) tra deputati e senatori, la scissione dal Pd potrebbe a prima vista apparire come una ‘furbata’, degna di un politico navigato.
Con questi 30 parlamentari, tra cui ministri e sottosegretari, eletti e incaricati dal Pd, e che invece di doverosamente dimettersi, si sarebbero imbarcati nella stessa avventura, Matteo Renzi è diventato di fatto l’ago della bilancia della politica italiana, capace di far cadere il governo in qualsiasi momento con un semplice soffio; e non ci sarebbe certo da stupirsi se, non appena le sue ambizioni lo richiedessero, Renzi sfasciasse il Conte 2, così come a suo tempo ha proditoriamente fatto cadere il governo di Enrico Letta, per prendere il suo posto, o cinicamente boicottato l’elezione di Romano Prodi a Presidente della Repubblica, come indicato dall’allora segretario Pd Bersani. Dopotutto è lo stesso Renzi che con il Jobs act ha trombato i lavoratori e ha fatto un referendum pensando che la Costituzione fosse un abito su misura per lui.
Ma, come l’esperienza della politica italiana negli ultimi decenni ci ha insegnato (naturalmente per chi lo vuol capire), queste sono furbate che hanno le gambe così corte che non permettono di andar lontano. Ci ricordiamo, ad esempio, di Bettino Craxi che con il 10% scarso di elettori ha giocato per anni a fare l’ago della bilancia tra Dc e Pci, trascinando il Psi nel baratro in cui è finito. Come non pensare a Fausto Bertinotti che ha fatto cadere il governo Prodi per chiedere con ostinata caparbietà le 35 ore di lavoro settimanale, col risultato di mandare al governo Silvio Berlusconi.
Più recentemente il leader della Lega (non più Nord), Matteo Salvini nel tentativo di capitalizzare il risultato elettorale delle europee ha tentato la carta delle elezioni politiche anticipate, senza ricordarsi che i numeri e le forze politiche nel Parlamento italiano sono a tutt’oggi quelli delle politiche del 2018, rimanendo scornato e rimediando una figura che lo ha fortemente ridimensionato anche nell’opinione pubblica.
Addirittura Beppe Grillo avrebbe parlato di due Mattei che avrebbero entrambi fatto una “minchiata d’impulso”.
Profonda delusione comunque per chi come noi si riconosce politicamente nell’ambito culturale della sinistra democratica e progressista. Come sempre, in Italia, appena si imbocca una via alla speranza, appena si apre una qualche prospettiva politica, certamente ancora tutta da verificare, ecco emergere il Renzi di turno che insegue il fantomatico inesistente ideale di un’Italia ‘viva’ ciò che onestamente, nonostante le masturbazioni della Leopolda e le interviste a “Porta a porta”, nessuno ha capito cosa significhi.

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