La sopressa

QUANTESTORIE!

“Co se marida la Olga a tajemo na sopressa!”; questa orgogliosa ostentazione di opulenza era diventato il leit-motiv dell’imminente matrimonio di Olga, la figlia maggiore di Toni Nibale e di Rosa.
Da tempo Toni se ne andava vantando in ostaria con gli amici, anche per far notare cosa si può arrivare a fare per una figlia che si sposa; per Rosa era invece un modo per affermare, almeno per un giorno, un benessere che poneva la sua famiglia al di sopra della diffusa povertà, che troppo spesso era vera a propria miseria.
Inutile dire che una soppressa, la regina dei salumi nostrani, era allora ben oltre quello che la famiglia normale poteva permettersi; e quindi tagliarla per gli invitati dopo la cerimonia nuziale, era far festa alla grande, qualcosa che di sicuro non tutti potevano permettersi.
Siamo evidentemente ben distanti dai banchetti nuziali odierni, dove la soppressa, assieme ad altre delicatezze, fa parte del rinfresco che si offre agli invitati prima della cerimonia, anche perché dopo si va al ristorante per un pranzo che, tra antipasti e portate varie, di solito arriva fino a sera.
Allora no; la soppressa sarebbe stata già di per se stessa un gran banchetto nuziale, qualcosa di cui comunque in paese si sarebbe di sicuro parlato in collegamento con la notizia che “Co se xe sposà la Olga, i se ga magnà na sopressa”.
Per dare l’idea dei tempi di cui stiamo parlando, tra i ricordi giovanili di chi scrive, viene in mente che quando in casa nacque il fratello minore, mentre il direttore della fabbrica di mio padre, con un inaspettato gesto di generosità, autorizzò l’uso della sua carrozza trainata dalla cavalla di nome Zara, per portare i genitori col bambino e i santoli in chiesa per il battesimo, al ritorno mia madre accolse in casa gli invitati e si festeggiò alla grande con un salame, pan biscotto e un fiasco di vino.
D’altronde, quando mia madre voleva festeggiare qualche ricorrenza di famiglia, ci mandava in macelleria a comprare un etto di salame, che solo un artista della “cortellina” come Giulio Moro riusciva a tagliare in 7 fette, una a testa. La sopressa avevamo rare occasioni di assaggiarla quando da ragazzi si andava ad aiutare i contadini nel lavoro dei campi (“poca parché par un bocia la xe pesante”).
Tornando alla nostra sopressa, in casa di Olga la mattina del matrimonio c’era la solita prevedibile confusione, con un via vai di persone, ognuna delle quali aveva un suo preciso compito da svolgere contemporaneamente agli altri.
Quella mattina, in cucina, immobile, su una grande “vantiera”, ancora ben incartata per non sporcarsi con la muffa del “buelo”, stazionava imponente la sopressa matrimoniale, appena uscita da qualche cantina e che tutti nel via vai generale guardavano e ammiravano con orgoglio, annusandone il profumo che si spargeva per la stanza.
E per fare le cose alla grande, Toni Nibale aveva chiesto alla Teresina Mola, che gestiva un negozio di “casolin”, di portare l’affettatrice per tagliare come si deve, cioè non troppo grosse, che faceva poco fine, le fette della sopressa.
Arrivò l’ora di partire a piedi in corteo per salire alla Chiesa Parrocchiale, dove si sarebbe svolta la cerimonia delle nozze.
E mentre Rosa stava facendo il giro per chiudere le finestre, ammirando tra sè i figli e le figlie quel giorno particolarmente eleganti, per non dire della sposa, e con il marito che fuori già “pestolava” per il solito ritardo delle donne (essendo la prima figlia che si sposava Toni Nibale non sapeva che per le spose il ritardo è di rito), datasi un’occhiatina allo specchio che rifletteva anche la sua soddisfazione e la sua emozione, con una ritoccatina ai capelli, guardandosi in giro un’ultima volta per controllare se tutto fosse a posto, il suo sguardo si posò sulla vantiera su cui … non c’era più la sopressa. Strabuzzò gli occhi, controllò in giro, ma la sopressa era proprio sparita.
Non poteva essere vero, Rosa non sapeva cosa pensare, anche perché dentro le cresceva “el magon”. Fu assalita dal terribile dubbio che qualche malintenzionato, passato per caso davanti la finestra della cucina che dava sulla strada, vedendo quella magnifica sopressa a portata di mano vicino alla finestra aperta, non abbia saputo resistere alla tentazione, approfittando anche della confusione generale che c’era in casa.
E adesso… mica poteva andarlo a dire alla sposa, per rovinarle quel giorno per lei speciale, mentre già dall’esterno veniva reclamata e sollecitata.
Almeno salviamo la cerimonia, pensò tra sé, con un certo stoicismo; poi qualcosa faremo, anche se le restava il dubbio di poter servire agli invitati solo pan biscoto e un bicchiere di vino, ciò che, più che da poveri, era allora normale.
Durante la cerimonia in chiesa, dove tutti erano allegri, o cercavano di mostrare di esserlo, come è dovere di una madre, sugli occhi di Rosa apparve qualche lacrima, forse più di qualche, mentre il suo pensiero era dibattuto tra l’orgoglio del matrimonio di Olga e il panico per la sopressa sparita, ciò che le sembrava un incubo.
Dopo la cerimonia, nel clima delle felicitazioni agli sposi, tutti notarono che Rosa era commossa, forse un tantino di più di quanto ci si potesse aspettare; ma, si sa, era la prima figlia che convolava a nozze, poi si sarebbe fatta esperienza.
Scanzonato e gioioso il corteo matrimoniale si avviò giù per la discesa verso la casa di Rosa. Gli amici del neo-marito nel frattempo avevano sbarrato la strada con “la siesa”, cioè con una siepe fatta di rovi e filo di ferro che il malcapitato doveva tagliare e spostare da un lato, se voleva far proseguire il corteo. Era la giusta vendetta dei tanti amici a cui il nostro, a suo tempo, si era divertito a fare “la siesa”.
Arrivati a casa, mentre i vicini venivano a complimentarsi con Olga ormai signora, Rosa cercò di trattenere gli ospiti in cortile per ritardare il momento in cui avrebbe dovuto dire che la sopressa le era stata rubata. Con grande imbarazzo entrò in casa sperando che si fosse trattato di un terribile incubo; ma in cucina la vantiera restava desolatamente vuota.
Ormai a poco a poco gli invitati erano entrati e si trattenevano a chiacchierare per dare il tempo a Rosa di servire il rinfresco, curiosi com’erano un po’ tutti di assaggiare la tanto decantata sopressa.
La Teresina Mola, senza darlo a vedere, guardava l’orologio, anche perché lei, una volta affettata la sopressa, doveva tornare in negozio.
Persino Toni Nibale, il marito, guardava un po’ spazientito, chiedendosi “ma cosa spetela?”, mal sopportando di differire oltre questo momento di gloria per tutta la famiglia.
Con grande imbarazzo, sentendo tutta la profonda umiliazione, Rosa si dovette decidere a comunicare la ferale notizia. E mentre inspirava profondo per trovare il fiato per parlare, … improvvisamente la porta d’entrata si spalancò rumorosamente e due vicini Vaisana entrarono portando una trionfale “tola da lavare” su cui, tra foglioline di insalata e pevaroni sotto aceto, erano elegantemente stese, ben sistemate, le fette della sopressa scomparsa.
“A ghemo pensà de tajarvela naltri, comare, che dalla emossion no fasissi le fete massa grosse!”
Stavolta anche Rosa aveva avuto la sua “siesa” e le lacrime liberatorie erano vere, non di circostanza.
Tutti poi trovarono che la sopressa era davvero speciale!