La targa

SCAFFALE

LaTargaUn grazioso agile volume, edito dalla Rizzoli nell’agosto 2015, dal titolo “La targa”, è l’ultimo successo editoriale di Andrea Camilleri.
Pur nella sua piccola dimensione, che fa parlare di un racconto più che di un romanzo, l’opera si divide in due parti, egualmente piacevoli alla lettura.
Il romanzo-racconto è sostanzialmente la storia di una targa apposta nella piazza di Vigatà, per onorare la memoria del fervente fascista locale Emanuele Persico.
Siamo nel 1940, esattamente la sera dell’11 giugno, cioè il giorno dopo l’entrata dell’Italia nella Seconda Guerra Mondiale, salutata dall’intero paese come “la vincita di una quaterna al lotto”. Siamo all’interno del Circolo Fascio e Famiglia.
Qui, dopo cinque anni di confino, compare Michele Ragusano, condannato come “diffamatore sistematico del glorioso regine fascista.”
A calmare un po’ gli animi interviene un nume locale, Emanuele Persico, novantaseienne tutto pelle e ossa, squadrista della primissima ora, che alla domanda del Ragusano “Il nomi di Antonio Cannizzaro vi dice nenti?” viene preso da un colpo e resta cadavere.
Il nome di Emanuele Persico, viene deciso, verrà inciso in una targa in piazza a Vigatà, il cui testo, dopo ampie ed accese discussioni, cambia man mano che a poco a poco emerge la verità cui alludeva il Ragusano con la sua domanda di sfida. Di più non possiamo qui rivelare.
La seconda parte di quest’opera è una lettera scritta a Camilleri da Giuseppina Terregrossa, una donna siciliana emigrata bambina nel nord Italia.
Qui, racconta, a scuola e in altre occasioni, per anni veniva continuamente derisa dai suoi compagni per la sua pronuncia sicula, che stonava rispetto al locale e sboccato lumbard, tanto da farla chiudere in un mutismo, che venne confuso per ignoranza.
Ora la nostra Giuseppina si sente in dovere di ringraziare il “caro maestro” Andrea Camilleri per aver imposto nei suoi romanzi una lingua siculo-italiana che la riconcilia con le sue origini, di cui si sente persino orgogliosa.
Al di là del nostalgico atto di devozione, la lettera di Giuseppina Terregrosse affronta, per converso, il problema della comprensione del siculo-italiano di Andrea Camilleri da parte del lettore medio italiano che non ha dimestichezza con il siciliano. Molti ne restano scoraggiati e finiscono per rinunciare alla lettura di uno dei grandi narratori italiani del nostro tempo.
Noi, accaniti e sistematici lettori dell’autore siciliano, per quanto veneti di lingua dialettale, stiamo dalla parte di Andrea e Giuseppina. È vero, all’inizio c’è una certa difficoltà di lettura del siculo-italiano, certe espressioni vanno intuite più che capite: ma una volta entrati in quell’ambito espressivo, si è colti dalla poeticità del linguaggio, espressione di una terra di cultura millenaria, al punto da poter affermare che quando scrive in italiano, Andrea Camilleri sarà magari bravo, ma non è più lui.

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