La versione di Fenoglio

SCAFFALE

Attratti e incuriositi anche noi dal fervore di consensi avvertito per tutta l’estate attorno alla recente opera di Gianrico Carofiglio “La versione di Fenoglio”, ci siamo finalmente decisi a leggerla; non ne siamo usciti così entusiasti come speravamo, pur di fronte alle carenze dell’attuale panorama narrativo italiano.
Il romanzo, edito dalla editrice Einaudi nel febbraio 2019, è sostanzialmente la storia di una serie di incontri tra un giovane studente, Giulio, e un carabiniere, il maresciallo Fenoglio, ambedue impegnati in una cura di fisioterapia presso la palestra della avvenente Bruna.
Il romanzo narra il rapporto di amicizia e di reciproca comprensione che, di seduta in seduta, si stabilisce tra i due, soprattutto dopo che per ingannare il tempo il carabiniere comincia a spiegare al giovane le tecniche di investigazione poliziesca con cui ha brillantemente contribuito a risolvere alcuni casi difficili su cui nella sua carriera si è trovato a indagare.
Tecniche investigative che, per esperienza acquisita dal maresciallo alle soglie della pensione, si apprendono non solo con l’esperienza ma anche con l’uso di un intuito, frutto di una meticolosa ricerca e una verifica di dati e prove che non sono schematizzabili in un processo definito ma che variano di volta in volta in base ai casi sempre nuovi e diversi che si presentano.
In palestra o in giardino, mentre i due pedalano sulla cyclette o si allenano sul tapis-roulant, sotto il controllo della gentile Bruna che sembra attirare l’attenzione, corrisposta, del maresciallo, si snodano storie di indagini in cui il Fenoglio nello studio della persona coinvolta sembra aver fatto uso più della psicologia umana che della fredda razionalità scientifica; come nel caso della giovane prostituta che si auto-accusa di un omicidio per salvare il suo protettore.
L’autore Gianrico Carofiglio, che su questi temi delle indagini poliziesche ci risulta abbia un’esperienza personale, vuole forse rivendicare l’attenzione per gli aspetti umani che deve sempre presiedere alle indagini anche sui delitti più efferati, quasi che sia solo la psicologia la chiave con cui l’investigatore può entrare nelle menti dei criminali su cui sta indagando.
Salvo poi ammettere che a volte, nel tentativo di chiudere un caso, sono gli stessi inquirenti che con le loro pressioni psicologiche, inavvertite o intenzionali, finiscono per indurre nell’indagato confessioni che non sono rispondenti al reale svolgersi dei fatti.
A noi, pur riconoscendo le capacità narrative di Carofiglio, pur apprezzando la delicate il rapporto comunicativo che si stabilisce tra l’anziano ed il giovane studente, è parso che questo romanzo sia abbastanza ripetitivo pur nella varietà delle situazioni presentate.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *