L’apprendistato

SCAFFALE

Che emozione leggere Meneghello! Non intendiamo ri-leggere qualcosa che avevamo a suo tempo già letto, ma qualcosa di nuovo, finora inedito, ritrovandolo nella sua profonda dimensione narrativa.
Questa emozione l’abbiamo provata leggendo il volume “L’apprendistato” di Luigi Meneghello, che raccoglie quello che potremmo definire il quarto volume delle sue “Carte”, edito dalla Rizzoli nel luglio del 2012 con una prefazione di Riccardo Chiaberge.
Si tratta della raccolta degli articoli che Luigi Meneghello scrisse mensilmente sul supplemento letterario della domenica del “Sole-24Ore” tra il 2004 e il 2007, e che seguono le precedenti tre edizioni delle Carte del 1999, del 2000 e del 2001. L’ultimo articolo, pubblicato postumo, risale ad una settimana prima della sua improvvisa morte avvenuta nel 2007.
Anzitutto va notato che le Carte sono una produzione che nasce dalla stessa pratica letteraria quotidiana di Meneghello, abituato a fissare sulla carta i suoi pensieri e le sue considerazioni nel momento stesso in cui gli nascevano.
Sono spesso la base, la materia letteraria, da cui dopo, riprese ed elaborate, scaturiranno le sue opere, sia i saggi che i romanzi, se così vogliamo chiamare le parti di quella che in fondo rimane un’unica grande opera che si è andata formando nel corso della sua vita, per quanto editorialmente sia stata suddivisa in opere singole.
Lo stesso Meneghello annota “Le Carte nei tre volumi relativi agli anni Sessanta, Settanta e Ottanta… si fermano sulle soglie del 1990. A partire da quell’anno le mie annotazioni “private” si sono fatte più rare, ho smesso di associarle per annate. Sul mio tavolo si è formato un po’ in disordine un nuovo, più modesto, cumulo di “manoscritti originali”.
L’intenzione, dichiarata dall’autore in un’intervista, era quella di comporre il IV Volume della Carte, anche perché “scrivendo rimetti a posto le cose”; l’opera avrebbe così concluso quello che lui chiama il suo “apprendistato” di scrittore.
Dall’insieme di questi frammenti, il cui titolo avrebbe potuto essere “Altre Carte”, sembra in qualche modo nascere una nuova teoria letteraria di Meneghello, per quanto ancora in embrione.
Traendo spunto da un amico che gli aveva chiesto, nel caso di sua morte, “di trapassargli il cuore con uno spillone, per assicurarsi che fosse davvero morto”, l’autore allinea il concetto di trapassi con i suoi precedenti “trasporti, trapianti, ecc.”
In sostanza mentre i trasporti sono i termini dialettali che Meneghello già in “Libera nos a Malo” avrebbe voluto inserire nella lingua italiana, impoverita espressivamente dal linguaggio televisivo, i trapianti sono invece le iniezioni di cultura che, allo stesso scopo, avrebbe voluto portare dalla lingua inglese alla lingua italiana.
Ora che Meneghello non è più né un italiano a Reading, né un inglese a Thiene, soprattutto dopo la scomparsa della moglie Katia, l’autore sembra essere entrato in una nuova fase, di profondo pessimismo; sul suo tavolo nel seminterrato dice di “scrivere e riscrivere le ‘Nuove Carte’, frammenti, incisioni nel flusso della realtà, carotaggi che rubano pezzi al divenire…”
“Sento che c’è un tema che si forma, sul mio ritorno, sul mio ‘reimpatrio’; è una reazione abbastanza importante. Ora che sono immerso in questo mondo italiano, locale, vicentino non è facile riconciliarlo con quello che ho vissuto per molti anni lassù.”
Quello che più lo disorienta “sono le nostre cose interne che si sono messe a evolvere a ritmi sconcertanti, orrendi. Non è più una evoluzione (un passaggio ordinato) è un trapasso che ha del catastrofico. Un motore che si imballa e fonde, una struttura che implode.”
Come sempre ci vuole uno scrittore, un grande scrittore, per farci capire quello che forse inconscientemente noi, da dentro, stiamo vivendo.