Le mele di Kafka

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Mele_KafkaUn’altra piacevole storia è quella raccontata da Andrea Vitali in “Le mele di Kafka”, pubblicato dall’editrice Garzanti lo scorso maggio 2016.
Stavolta Andrea Vitali porta il suo affezionato pubblico all’interno di uno dei templi sacri di tutti i piccoli paesi di provincia: la bocciofila, con le sue mille partite e mille tornei, e dove nei giocatori si intensifica all’estremo l’orgoglio di appartenenza alla locale sezione.
Così Abramo Ferrascini, titolare della ferramenta di Bellano è un accanito giocatore di bocce. Da solo non sembra essere un gran chè, ma se affiancato in coppia con un buon accostatore diventa imbattibile, tanto da essere arrivato alle semifinali del campionato provinciale che si disputeranno la prossima domenica a Cermenate.
Suo allenatore è lo stesso gestore del Circolo dei Lavoratori di Bellano, Mario Stimolo, che non può bocciare perché tre anni prima ha lasciato il braccio destro sotto una pressa; questo gli permette però di organizzare l’attività bocciofila e di preparare i suoi giocatori con grande perfezionismo.
Il problema nasce quando da Lucerna in Svizzera arriva la notizia che al cognato Eraldo, cui è scoppiato qualcosa in testa, i medici non danno più di 48 ore di vita. Con il suo tipico gioco dei nomi, Vitali ci fa sapere che Rosalba, moglie di Abramo, vuole recarsi in Svizzera non solo per essere vicina alla sorella Fioralba, moglie dell’Eraldo, ma anche perché il cognato è stato il suo grande amore segreto per tutta la vita.
Abramo è tutto preso dal calcolo dei tempi per andare in Svizzera al funerale di Eraldo, sempre che muoia entro le 48 previste dai medici, e quindi essere di ritorno per la gara di bocce della domenica.
A Lucerna Abramo e Rosalba sono costretti a prendere una camera in un albergo dove, ai piedi della scala c’è un cesto di belle ma intoccabili mele, dette “le mele di Kafka” perché sembra che lo scrittore qui avesse passato del tempo, dimostrando una particolare predilezione proprio per quel tipo di mele.
Ciò non impedirà ad Abramo, costretto a saltare la cena, a compiere di notte un furto sacrilego, sottraendo furtivamente dalla cesta tre mele, che si gusterà a letto prima di addormentarsi. Ma se le mele di Kakfa, anzi ‘cafca’, conciliano il sonno di Abramo, lo stesso non si può dire della moglie Rosalba, turbata dall’aver sentito che lo scrittore aveva narrato in un suo libro la storia di un uomo trasformato in un enorme scarafaggio.
Ripromettendosi di leggere quel racconto, Rosalba non solo comincia ad essere ossessionata dagli scarafaggi che corrono per la stanza, ma comincia a vedere anche il marito Abramo come un grosso scarafaggio, proprio mentre deve assistere al funerale dell’Eraldo, il suo vero amore.
Proseguire oltre non ci è possibile, per non togliere il gusto del finale a sorpresa, mentre nel racconto non manca il prevosto e la sua intrigante perpetua, col suo tipico dialetto lombardo.

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