Le riforme non sono tutte sempre buone

ATTUALITÀ

renzi_poletti“Siamo qui per fare le riforme che cambiano l’Italia”; questo è il mantra ripetuto ossessivamente dai minestroni e dalle minestrine del governo di Ciccio Bello.
La ripetizione del mantra è così ossessiva che nasce il sospetto che si tratti anzitutto di una formula per auto-convincersi, prima ancora di cominciare a convincere.
Si vantano, ad esempio, ad ogni piè sospinto di aver approvato il Jobs Act, buttando là cifre che, da sole, si-gnificano tutto e niente.
Poi dall’Istat si viene a sapere che il Pil nel secondo se-mestre 2015 è aumentato di un favoloso 0,2%, ciò che ci fa pensare ad una stagnazione più che ad un sintomo di ripresa dell’economia, che di fatti non è ripresa.
Lo strano è che, coniugando i dati ufficiali, si finisce per scoprire che la disoccupazione, soprattutto giovanile, aumenta, mentre crescono i contratti di lavoro ‘stabili’ previsti dal Jobs Act; che poi, guardando alla natura profonda di quel micidiale documento, si scopre che si tratta per lo più dei vecchi contratti a tempo indetermi-nato, quelli che in base all’abolito art. 18 prevedevano la giusta causa nei licenziamenti, che sono stati convertiti in contratti di lavoro ‘stabili’ (hanno smesso di chiamarli surrettiziamente ‘a tempo indeterminato’) che durano finché l’imprenditore, anche senza una giusta causa, non decide di interrompere unilateralmente il rapporto di la-voro, lasciando il lavoratore ‘in braghe di tela’.
E allora quelle cifre vantate in tv sono solo trasformazioni dei vecchi contratti in contratti secondo le deleterie regole del Jobs Act, con cui tutti di fatto diventano precari e sono licenziabili.
Su questa linea troviamo un po’ tutte le altre riforme, da quelle della scuola e quelle della legge elettorale, dove ancor si discute sull’abolizione del Senato bicamerale, per sostituirlo con uno regionale con membri non elettivi.
Noi abbiamo il terrore nel solo pensare a cosa sarebbe successo in quelle condizioni con le leggi “ad personam” dei tempi dei governi di Berlusconi. E poi chi è in grado, nella situazione prospettata, di mantenere quell’equilibrio dei poteri dello Stato che è la vera garanzia di libertà del nostro sistema democratico? Perché è poi di questo problema che stiamo parlando, cioè della sostenibilità democratica e costituzionale delle riforme renziane, compresa la legge elettorale.
Riforme che non sono tutte e comunque automaticamente buone solo perché si chiamano riforme: da cittadini coscienti e responsabili ad ogni proposta di riforma glorificata dai mass media, noi vogliamo entrare nel me-rito, per giudicarla nella sua intrinseca sostanza, magari alla luce del dettato costituzionale.
Una riforma quindi non è per sua natura sempre buona solo perché l’ha proposta Renzi o una delle sue minestrine; finché possiamo, vogliamo entrare nel merito dei cambiamenti in atto, accettando ciò che ci sembra mi-gliorativo, ma opponendoci quando si presentano peg-gioramenti, condizionamenti o pericoli al sistema demo-cratico. Anche se dovesse cascare il governo!
Come dire che per noi, voler “cambiare l’Italia” resta uno slogan renziano, che non vuol dire automaticamente cambiare “in meglio”; anche perché realizzare oggi quelle riforme a suo tempo prospettate da Berlusconi, che è poi quello che Renzi sta di fatto facendo, per noi significa “cambiare in peggio.”

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