L’Intrepido

CINEMA

150_IntrepidoC’era una certa aspettativa attorno al film “L’intrepido” di Gianni Amelio, recentemente proiettato al Cinema S. Gaetano di Thiene nell’ambito dei Cineincontri 2014.
Presentato con una certa enfasi pubblicitaria al Festival Cinematografico di Venezia del 2013, da una parte ci attraeva la presenza di Antonio Albanese in un ruolo che il regista sembra abbia ritagliato sull’attore, ma dall’altra ci rimandava ai tempi i cui la rivista per noi ragazzi “L’Intrepido” era una lettura che ci avvinceva perché considerata proibita, in quanto faceva concorrenza al più allineato “Il Vittorioso”.
Diciamo subito che l’aspettativa è andata perduta e il film ci ha deluso.
La vicenda narrata è quella di Antonio Pane che, in tempi di crisi economica, non è nemmeno un precario, in quanto si limita a fare il “rimpiazzo”, cioè uno che sostituisce per qualche giorno, magari solo per qualche ora, altre persone nei più diversi tipi di lavori; uno che sa far tutto, ma che per questo non riesce a far niente di costruttivo e programmatico.
Antonio è diviso dalla moglie, da cui ha avuto un figlio che frequenta il conservatorio dove studia il sassofono, mentre ad un concorso pubblico passa la soluzione ad una ragazza che sembra in difficoltà e con cui finisce per fare amicizia.
Mentre la ragazza, sprofondata in una nera depressione, nonostante Antonio cerchi di aiutarla, non vedendo prospettive di vita, finirà suicida, il figlio sassofonista aiutato dal padre, che lo rimpiazza persino al sassofono, riesce a superare il panico del pubblico per avviarsi ad una carriera di musicista.
Come si vede, situazioni di vita portate al limite della esasperazione, in una società non solo in crisi ma anche senza speranze di venirne fuori.
Se è vero che Gianni Amelio ha costruito il personaggio sull’attore, deve avere ben poca considerazione delle capacità interpretative di Antonio Albanese.
“L’intrepido” si perde infatti in una sceneggiatura con luoghi comuni e massime del tipo “la fame è una brutta cosa, l’appetito invece aiuta”.
Particolarmente stonato è risultato il ritratto dei due giovani, figure gracili nelle quali manca ogni tipo di impegno per crearsi una prospettiva di vita.
Antonio Albanese è costretto a ruoli che forse riesce a caratterizzare superficialmente senza renderli vivi e magari sofferti. Lui magari, data la sceneggiatura, ha fatto del suo meglio, ma il risultato è ben lontano dal convincere.
Quello che invece proprio non abbiamo capito è poi il collegamento del titolo con la rivista a fumetti della nostra giovinezza, quell’Intrepido dove i personaggi, proprio perché avevano il coraggio di affrontare le situazioni più pericolose finivano sempre per vincere, entrando nel novero degli eroi.

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