Lo spirito della Resistenza

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263_25Aprile[Pubblichiamo il testo dell’orazione ufficiale tenuta a Thiene in occasione del 25 Aprile]
COMUNE DI THIENE – 25 APRILE 2015
70° ANNIVERSARIO DELLA LIBERAZIONE

Anzitutto il mio saluto al signor Sindaco, alle Autorità, alle Associazioni Combattentistiche e d’Arma, e a tutti i presenti qui convenuti per celebrare il 70° anniversario della Liberazione dal nazi-fascismo, dopo due anni di lotta armata e che ha avuto a Thiene un importante centro propulsore per questa parte dell’Alto Vicentino.
Non intendo soffermarmi sulla storia degli eventi, gloriosi ed insieme tragici, di quei giorni, storia che è già oggetto di un’ampia serie di pubblicazioni e ricerche, a cui continuano ad aggiungersene altre; è comunque doveroso da parte mia non solo onorare con un commosso ricordo quanti in quella lotta sono i caduti, ma anche ricordare tutti i partigiani thienesi che hanno partecipato alla Resistenza, e alla quale sono sopravvissuti; soprattutto vorrei ringraziarli perché nel dopoguerra hanno poi saputo trasferire nella vita civile e sociale della città, gli ideali e i valori per cui avevano combattuto, prima che a poco a poco, per l’inesorabile vol-gere del tempo, abbiamo dovuto accompagnarli all’ultima dimora.
Oggi invece vorrei tentare di individuare quale fosse lo spirito che animò la loro lotta e il loro sacrificio, quale fosse quella forza interiore spinti dalla quale sono diventati ribelli in armi. Vorrei cioè distinguere quella che fu la guerra di liberazione dei partigiani armati, che convenzionalmente finì con il 25 aprile 1945, da quello che chiamerò lo “spirito della Resistenza” che continuò anche dopo la fine della ribellione in armi. Si tratta quindi di ripercorrere alcuni punti di questi 70 anni della nostra storia nazionale e locale, per cercare di cogliere se e come, in un paese ormai pacificato, si sia eventualmente trasmesso lo spirito della Resistenza.
Non senza aver prima ricordato che tre anni dopo la fine della guerra, lo spirito della Resistenza prese la sua forma concreta ed attiva nella Costituzione repubblicana, che è alla base del nostro Stato democratico.
Nel periodo immediatamente successivo alla guerra, sembrava che lo spirito della Resistenza fosse appannaggio esclusivo dei soli partigiani combattenti, di quanti cioè, armi in mano, avevano partecipato direttamente alla lotta armata, con tentativi a volte di egemonizzarne il ricordo, magari su basi ideologiche. Ecco allora qualcuno rivendicare una specie di primogenitura, a cui altri rispondevano: “C’eravamo anche noi”. Finché la Resistenza divenne una coperta troppo piccola per coprire tutti quelli che se ne volevano appropriare, col rischio anche di qualche strappo.
A poco a poco, certamente in ritardo, anche perché imperversavano diatribe che oggi ci appaiono poco più di “baruffe chiozzotte”, si capì che non c’era stata solo la Resistenza Armata; ma, secondo una distinzione proposta dallo storico Benito Gramola, c’era stata anche una Resistenza Disarmata, quella degli IMI, gli Internati Militari Italiani che, reclusi nei lager nazisti, si rifiutarono di aderire al nuovo regime al soldo dei nazisti. Erano i nostri ragazzi, già mandati in Africa, in Francia, in Grecia e in Albania, erano i pochi tornati dalla Russia che, pagando quel che hanno dovuto pagare in termini di fame e stenti, nei lager nazisti si rifiutarono di continuare la guerra. Fu in questo modo che anche loro, in condizioni così particolari, a pieno titolo vissero quello che ho chiamato lo spirito della Resistenza, cioè il rifiuto della dittatu-ra e della guerra.
Anni più tardi, sempre facendo riferimento a Benito Gramola, a poco a poco si prese coscienza che, oltre alla Resistenza Armata e quella Disarmata, c’era stata anche la Resistenza Civile, quella cioè di chi, non combattente, in qualche modo aveva aiutato e protetto i patrioti in armi. Era la Resistenza delle popolazioni delle città, dei paesi, ma soprattutto delle zone rurali, che con gravi rischi e sacrifici, protessero ed aiutarono i partigiani nella loro lotta armata.
È in questo ambito della Resistenza Civile che nello spirito della Resistenza entrano di prepotenza anzitutto le donne, non solo quelle attivamente impegnate come staffette partigiane, assimilabili ai combattenti, ma quelle che rimasero nelle loro case e, in mille modi, risultarono determinanti ai fini della sopravvivenza stessa dei partigiani. Mi piace citare quanto Benito Gramola afferma in un suo libro su “Le Donne e la Resistenza” e cioè che se “gli uomini hanno fatto la guerra, le donne hanno fatto la guerra alla guerra”, per riconoscere quanto hanno duramente pagato per la protezione e la sopravvivenza di quelli che erano ricercati come banditen.
Così come non si può non citare, come ci ha illustrato il compianto Pierantonio Gios, quanto hanno fatto i parroci e il clero in genere in quei giorni tragici. Certo, e Gios non se lo nasconde, ci furono anche parroci simpatizzanti del fascismo, ma rappresentano un’infima minoranza rispetto alla quasi totalità di quelli che, col loro aiuto, con la loro protezione, spesso col loro sacrificio, sono anche loro totalmente dentro quello che ho chiamato lo spirito della Resistenza, dando un fondamento religioso al rifiuto della guerra e della dittatura.
Vedete come, col passare dei decenni, questo spirito della Resistenza, all’inizio relegato solo al partigiano combattente, si andò man mano ampliando a quanti, senza le armi in pugno, parteciparono comunque allo stesso rifiuto della dittatura e della guerra, esprimendo un forte bisogno di libertà.
Ma purtroppo nel corso di questi decenni abbiamo dovuto veder crescere anche uno spirito revisionista, teso a criminalizzare il partigiano, per esaltare il repubblichino, i sedicenti “i figli dell’aquila”; mentre una corrente di pensiero è arrivata a forme esasperate di negazionismo, con le quali si vorrebbe negare l’esistenza stessa dei lager dove molti dei nostri hanno sofferto e sono morti di stenti.
Questo revisionismo anti-resistenziale non ha purtroppo mancato di produrre i suoi effetti devastanti, tanto che, superata forse una fase critica, ancor oggi è diffusa la tendenza ad attribuire alla lotta armata più colpe che meriti, ponendo sottili distinguo, magari insinuandosi dentro le divisioni ideologiche che ci sono state e che mi piacerebbe tanto poter dire che, almeno qui a Thiene, siano state completamente superate.
Si tratta, per quel che mi riguarda, di forme di miopia storica, del guardare il dito e non vedere la luna, come si dice. Quando infatti si cerca di inquadrare la lotta partigiana e lo spirito della Resistenza che la ha alimentata, da un punto di vista più alto e più ampio, come può essere quello delle Forze Alleate operanti allora in Italia, si scoprono almeno due aspetti fondamentali.
Per gli Alleati le formazioni partigiane erano essenzialmente unità combattenti da impiegare ai fini della guerra; formazioni magari poco organizzate e scarsamente coordinate tra loro, ma comunque ben radicate nel territorio su cui si muovevano a loro agio, aiutate e protette dalla popolazione locale. Si trattava quindi di tentare di trovare modi e forme per organizzarle, coordinandole con la strategia strettamente militare delle Forze Alleate. Questo era in sostanza lo scopo delle varie Missioni Alleate, paracadutate tra noi, tra cui quella di Freccia, che non era certo qui per turismo, ma per tentare di creare un comando unico partigiano dal Garda al Grappa. Così come i lanci di armi degli Alleati, non erano un regalo dello zio Sam, ma servivano per dotare dei mezzi opportuni le formazioni locali, che sarebbero tornate utili per contrastare il nemico nell’ultima fase della guerra. E si noti come in tutto questo gli Alleati si muovano con una precisa e strettissima logica militare, senza guardare all’ideologia del partigiano, purché questi sapesse combattere secondo i piani tattici concordati
Il secondo aspetto è quello che riguarda la popolazione civile. Quando l’8 settembre dopo il “tutti a casa” le guardie abbandonarono la sorveglianza, nei campi di prigionia in Italia c’erano ben 80 mila prigionieri di guerra britannici. Per un tragico disaccordo tra Winston Churchill e il gen. Montgomery, ben 50 mila di questi pow (prisoner of war) britannici furono presi dai tedeschi ancora all’interno dei campi e deportati in Germania, mentre gli altri 30 mila, fuggiti dalla prigionia, si sono dispersi tra pianure, colline, montagne della nostra penisola, restando per mesi alla macchia in un paese che non conoscevano, dove certamente sarebbero resistiti ben poco se non fossero stati nascosti, aiutati e protetti dalle po-polazioni locali.
La Bbc ha tenuto aperto per un certo periodo un sito Internet, War People, in cui gli ex militari potevano inserire il racconto delle loro esperienze di guerra. Faceva anche questo parte della tradizionale vasta popolarità e diffusione della memorialistica di guerra esistente nel Regno Unito; sono state raccolte così migliaia di testimonianze, che vanno dalle poche righe, ad un racconto completo, quando non ad un vero e proprio romanzo.
Una ricerca che riguardava più in specifico i “pow in Italy”, mi ha permesso di raccogliere circa un migliaio di testimonianze, quasi tutte di ex-soldati britannici presi prigionieri nella Campagna d’Africa. Queste testimonianze, per quanto varie e differenziate, hanno comunque tutte almeno un punto in comune; e cioè la sorpresa e la gratitudine per il fatto che ai prigionieri in fuga, dovunque si presentassero, a qualsiasi porta bussassero, mai fu loro rifiutato un aiuto, nei limiti del possibile, da parte delle persone cui si sono rivolti.
Ferruccio Parri, allora capo del CLN, aveva dato disposizioni perché tutte le formazioni partigiane facessero quanto possibile per aiutare i prigionieri di guerra alleati che vagavano clandestini per Italia dopo l’8 settembre, cercando di portarli in salvo in Svizzera o di farli ricongiungere con le armate Alleate che stavano risalendo la penisola.
Quest’anno, in occasione della Giornata della Memoria, proprio qui a Thiene abbiamo ricordato padre Placido Cortese che, dalla Basilica del Santo a Padova, collaborava attivamente con una organizzazione, chiamata “Catena di Salvezza”, di cui faceva parte, con le sorelle, anche Liliana Martini, oggi abitante a Zanè; questa organizzazione, prima di essere individuata, permise di portare in salvo in Svizzera quasi 300 prigionieri Alleati. Più vicino a noi, un importante centro operativo di aiuto dei prigionieri di guerra alla macchia, è stata la casa di Leda Scalabrin a Fara, di cui parlano, oltre a Gramola, anche Flavio Pizzato e Attilio Crestani; così come a Chiuppano Giovanni Dal Santo ospiterà in famiglia e poi condurrà in Svizzera un tenente inglese, Sherard Veasey, fuggito dal treno che lo stava deportando in Germania. Si potrebbe dire che anche nella nostra zona, un po’ tutte le formazioni partigiane ebbero, chi più chi meno, il problema di gestire prigionieri Alleati in fuga.
Mi sono dilungato su questa dimensione della Resistenza perché, a darne il giusto peso, non sono gli storici italiani, troppo spesso persi dietro alle loro raffinate beghe, ma quelli inglesi, i quali si chiedono con sorpresa il perché di questa generale disponibilità della popolazione italiana verso quelli che fino a poche settimane prima erano i nemici, quelli con cui fino qualche mese prima in Africa ci si sarebbe sparato reciprocamente addosso, e che ora erano disponibili a rischiare la vita, la famiglia e la casa per salvarli ed aiutarli.
Roger Absalom, uno dei primi storici inglesi a studiare questo fenomeno, ha fatto addirittura risalire la protezione dei prigionieri ad un sentimento ancestrale delle nostre popolazioni, ad un atavico senso di ospitalità, di sacralità, verso l’ospite che si presenta alla nostra porta, come abbiamo imparato dal-l’Odissea di Omero.
Io tento un’altra spiegazione; aiutare un prigioniero di guerra Alleato, con tutti i gravi rischi che questo comportava, era di fatto un’azione in favore di quelle forze che stavano tentando di liberare l’Italia dalla occupazione straniera e insieme dalla dittatura fascista. Io vorrei cioè leggerla come un’altra e generalizzata manifestazione di quello spirito della Resistenza che abbiamo visto crescere ed allargarsi man mano che il nostro orizzonte culturale si andava ampliando.
Resterebbe ora da vedere se questo spirito, che sembrerebbe connaturato con la nostra mentalità, sia attivo ed operante anche oggi, che ci troviamo qui a commemorare i 70 anni della Liberazione.
Parlare da questo monumento, il tempio della storia civile di questa città, in questa piazza intitolata a Giacomo Chilesotti, richiede all’oratore di mantenersi ad un livello al di sopra della contingenza della polemica quotidiana, per cercare di porsi all’interno del grande fluire della storia.
Mi devo quindi limitare a segnalare che oggi il fascismo, o forse meglio dire i fascismi, prima ancora di combatterli sia necessario individuarli nelle forme subdole, accattivanti, spesso subliminali, in cui si presentano; anche perché c’è spesso chi gioca proprio sulle larghe maglie della democrazia per introdurre forme che, se non dittatoriali, sono o prelu-dono a svolte autoritarie.
Oggi tocca a ciascuno di noi esercitare con coscienza il proprio diritto-dovere di cittadino responsabilmente critico, ritrovando in noi stessi quello spirito della Resistenza che, finita la lotta armata, abbiamo il dovere di portare avanti e trasmettere a chi ci seguirà.
In questo senso, ringraziando i presenti ed in particolare il Sindaco Casarotto per l’onore concessomi, mi sento di gridare con forza

ORA E SEMPRE RESISTENZA

Ferdinando Offelli

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