Madre Courage e i suoi figli

TEATRO

Grande teatro quello cui abbiamo assistito questa settimana a Comunale di Thiene, nell’ambito della 40^ Stagione Teatrale; è andato in scena il dramma “Madre Courage e i suoi figli” di Bertold Brecht, per la regia di Paolo Coletta e con Maria Paiato come protagonista.
La vicenda rappresentata è quella di Anna Fierling, madre di tre figli, avuti da uomini diversi, che col suo carro segue gli eserciti nelle alterne vicende della Guerra dei Trent’anni per combinare i suoi lucrosi affari.
A poco a poco, mentre la vicenda si svolge, uno dopo l’altro i figli muoiono, coinvolti in vario modo nelle tragiche vicissitudini del lungo e sanguinoso conflitto; e ad ogni disgrazia Madre Courage trova la forza di ripartire con il suo carro, quello che usa per commerciare cibo e merci con i combattenti; tanto che alla fine del dramma, con la figlia muta appena uccisa, la madre si preoccupa più che altro per il suo ormai emblematico carro.
Se noi accettiamo la dimensione della drammaturgia di Bertold Brecht, possiamo davvero parlare di grande teatro, in cui tutto, attori, scenografia, musica, costumi, concorrono a creare quell’atmosfera insieme tragica e trasognata, quasi surrreale nella sua dimensione fortemente ironica, con esiti spesso persino poetici.
La regia sicura di Paolo Coletta ha costruito intorno al testo una versione da ballata musicale; dirige un cast di ottimi attori qualcuno in doppia o tripla parte, che hanno anche cantato dal vivo, accompagnati da vari strumenti musicali, le ballate tipiche di Bertold Brecht. Citiamo tra loro Anna Rita Vitolo che ben rappresenta il tormento e la volgarità che sta dietro alla prostituzione (omaggio a Fellini?) dalla voce carnale e musicale, Ludovica D’Auria nel ruolo di Kattrin, la figlia muta sempre in parte, molto espressiva. Ma a condurre il tutto con atteggiamenti mascolini e sempre lucida e sicura di sè (anche quando canta) abbiamo visto una Maria Paiato attrice dall’eccezionale personalità espressiva e carismatica che da vita al personaggio di Madre Courage, una donna da affari senza sentimenti, cinica che pensa soltanto a sfruttare la situazione nelle devastazione belliche e che non è propriamente un esempio di virtù.
Se la misura di un attore è la sua capacità di calarsi dentro un personaggio, facendolo vivere sulla scena, si potrebbe dire che qui ci troviamo veramente di fronte ad una “persona” teatrale a tutto tondo, in cui la distinzione tra interprete e personaggio diventa puramente accademica.
Se poi accettiamo che il teatro di Brecht è per sua natura all’insegna dell’impegno sociale e della denuncia contro la dittatura e la violenza, resterebbe da chiedersi perché per denunciare l’interessato affarismo che fa muovere quelli che Bob Dylan chiama “Masters of War”, i padroni della guerra, invece del solito cinico capitalista (si pensi a “Erano tutti figli miei” di Arthur Miller), il drammaturgo non a caso sia ricorso non solo una donna ma addirittura una madre di famiglia, per quanto il concetto di famiglia in madre Courage sia relativamente blando.
Può la guerra, a parte il suo portato di violenza e di morte, far degenerare i sentimenti umani al punto da snaturare l’istinto alla vita che è insito in ogni donna e in particolare nell’amore materno? Può davvero l’interesse affaristico prevalere sul dolore di una madre di fronte al cadavere di un figlio ucciso dalla violenza della guerra?
Questa è secondo noi la tragica profondità della denuncia che Bertold Brecht fa della guerra, allora ancora imminente, se si pensa che il dramma fu scritto tra il 1938 e il ’39.
Purtroppo è doveroso aggiungere che la mostruosa realtà di quanto è poi realmente avvenuto, gli ha dato ampiamente ragione.

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