Miseria e nobiltà

TEATRO

MeN3Ancora Teatro napoletano al Comunale di Thiene; quando il sipario si apre, un palco con una messa in scena spoglia ci accoglie e ci fa subito capire che siamo nella miseria più nera.
Il testo è un classico della tradizione napoletana, è stato portato sul palco da tanti attori famosi; memorabile e indimenticabile però è la versione cinematografica con il grande Toto. Una per tutte la famosa scena degli spaghetti in tasca.
Stiamo parlando di “Miseria e Nobiltà” scritto da Eduardo Scarpetta nel 1888, ma quanto è attuale questo testo, ci sono battute come “il sangue ce l’ha succhiato chi governa“ oppure “siamo ridotti così a mangiarci l’un l’altro” ci sembrano considerazioni che ben si addicono ai giorni nostri.
La trama racconta di due famiglie che vivono sotto lo stesso tetto; tutti i componenti verranno affittati (garantendo loro dei pranzi e delle cene ) da un giovane e insipido marchese perché si fingano parenti di rango con il futuro suocero (un cuoco arricchito) con un debole per la nobiltà; poi fra colpi di scena, il tutto finirà con un lieto fine.
Nel primo atto, un po lento, il palco è nudo, forse a rimarcare ulteriormente la miseria; non ci sono quinte ai lati, al centro solo un grande tavolo e ai bordi ci sono delle sgangherate sedie con gli attori che attendono seduti il loro momento di entrare in scena, via via i personaggi ci raccontano la fame, lo stato di povertà che da troppo tempo vivono e che da troppo tempo patiscono.
Pasquale e Felice, i due capifamiglia spiantati, interpretati il primo da un Lello Arena credibilissimo, il secondo,Felice, interpretato da Geppy Gleijeses, che è anche il regista, e che secondo noi dà il meglio nel secondo atto nei panni del principe Casador, elegante e sarcastico, molto caratterizzato; ma bisogna anche dire, a parere nostro, che spesso sfiora la farsa, o quella sottile linea che c’è fra personaggio e macchietta; la sfiorano anche nello sketch quando Pasquale dà l’incarico a Felice di impegnare il cappotto e gli fa l’elenco dei cibi da poter comperare, specialmente il burro delle Dolomiti, o l’uso un po’ scontato, per strappare sorrisi e applausi al pubblico della sedia senza seduta.
Nel secondo atto la scena cambia , fondali un po’ bruttini, privi di buon gusto, divani rossi, quadri con nature morte sulle pareti, una grande vetrata che dà sul giardino, un viavai di poveri cristi che scimmiottano i nobili: è tutto un po’ esagerato, ma ci sta. Il lavoro di squadra è equilibrato, ma a nostro parere una menzione la merita la bella e sorridente Luisella interpretata da Marianella Bargilli.
Nella trama si percepisce l’eterno contrasto fra povertà e ricchezza, nei primi la speranza e il desiderio di diventare ricchi, nei secondi la falsità e la finzione che si può trovare nel mondo dei ricchi. Certamente noi siamo penalizzati con la lingua napoletana e chissà quante sfumature ci siamo persi; certa gestualità o modi di dire è cosa loro.
Siamo convinti che un simile testo si trova a proprio agio proprio lì in terra napoletana, solo loro riescono ridere e a farci ridere su drammi così grandi. Possiamo dire che tutto il cast ha fatto la sua parte, tutto era al posto giusto, ma forse ci è mancato quel pizzico di stupore … la colpa è forse di Totò.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *