Ne uccise più la fame

SCAFFALE

FameTra le tante proposte di lettura che ci vengono offerte in questo periodo per celebrare il centenario della Grande Guerra, siamo rimasti colpiti da “Ne uccise più la fame” di Francesco Jori, edita dall’Editrice Biblioteca dell’Immagine nel 1914.
Anche se il titolo colpisce per tutto quello che lascia intuire, è il sottotitolo ad essere più esplicativo “La Grande Guerra della gente comune del Triveneto”.
Francesco Jorio, con uno stile decisamente giornalistico, ci documenta con dovizia di dati i principali aspetti della vita della gente comune nel drammatico periodo della Grande Guerra, così come è stato vissuto nelle principali città del Triveneto, cioè la zona dell’Italia in cui la guerra infuriò più violenta.
Con in primo luogo il problema della fame, la terribile fame causata dal fatto che, soprattutto nelle zone belliche, tutti si sentivano in diritto di depredare quel poco che alla gente era rimasto; mentre ci si chiedeva “Elo stanot che moròn de fan?”, si doveva assistere impotenti alla morte per fame di molte persone, soprattutto bambini, con scene che ci ricordano le attuali condizioni dei paesi della fame in Africa.
C’erano poi i bombardamenti non solo delle città ma anche di tutti gli obiettivi che potevano avere un qualche interesse militare, bombardamenti che quotidianamente coinvolgevano migliaia di civili, “un popolo maledetto da Dio”.
Dramma nel dramma fu la rotta di Caporetto, non solo per la disastrosa ritirata militare, ma anche perché lasciò in mano austro-ungarica (“E mi svegliai tedesco…), intere zone prima italiane, che subirono le terribili condizioni e le vendette in genere imposte dal vincitore, facendo loro vivere “Un anno sotto il barbaro nemico”.
Una popolazione quella del Triveneto, soprattutto i contadini, fortemente radicata nella sua terra e che per la guerra dovette essere evacuata in massa, dando origine al fenomeno dei profughi, mandati in giro per l’Italia, dove non sempre furono accettati, anzi spesso vennero osteggiati, quasi fossero venuti a rubare il pane altrui, tanto da sottotitolare il relativo capitolo “e molti come i martiri morire”.
Un capitolo del libro riguarda in particolare le donne, che in mancanza dei mariti, non solo dovettero come sempre sostenere da sole il peso della famiglia, ma anche sostituire gli uomini in molti dei lavori produttivi necessari allo sforzo bellico, tanto da esclamare “Che io sia il can di tutti!”
“Uccellini sbattuti nella tempesta” è invece il significativo sottotitolo del capitolo dedicato ai bambini e a quanto dovettero subire e soffrire a causa delle privazioni determinate dal conflitto in atto.
Persino i preti che, oltre a combattere e morire in trincea come soldati, molto spesso scelsero di seguire i propri parrocchiani nei luoghi dove andarono da profughi, avevano raggiunto un tale livello di esasperazione da osservare “Ma Egli più non risponde” alle loro invocazioni di aiuto.
Un interessante capitolo del libro riguarda la Sanità organizzata per far fronte ai molti feriti della guerra, “un gregge da maciullare”, oltre che anche alle gravi malattie, compresa la terribile epidemia della ‘spagnola’.
Finché alla fine della guerra, mentre si celebrava la vittoria, Francesco Jorio sottotitola il capitolo “il vecchio piangeva di gioia”, magari pensando al dopo, in cui chiedeva “Polenta e non ciance!”

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