Nel mio paese è successo un fatto strano

SCAFFALE

VitaliÈ difficile definire quest’opera di Andrea Vitali, dal titolo “Nel mio paese è successo un fatto strano”; intanto l’opera è stata pubblicata dalla Salani Editore, nel febbraio 2016, e non come le altre dalla Garzanti.
Ma è l’opera in sé che è difficilmente definibile, un po’ visionaria, avvicinandosi grossomodo ad una parabola edificante, capace di farci pensare.
Succede che una mattina, mentre si prepara ad andare a scuola, l’io-narratore, un alunno di scuola elementare, si accorge che fuori c’è una nebbia insolitamente fitta, tanto da sconsigliare i genitori di farlo uscire.
Per tutto il giorno la madre, casalinga, è preoccupata per il marito, perché tornare dal lavoro con quella nebbia è decisamente pericoloso.
Ma non basta; il bambino si accorge che, per un fatto inspiegabile, i calendari non segnano più i mesi e i giorni, e che gli orologi non segnano più le ore. Non avendo più precisi riferimenti, per calcolare il tempo il padre si basa sul fatto che nei giorni feriali al mattino si rade la barba, mentre la domenica non ha l’abitudine di farlo.
Dalla barba non rasata deduce quindi che quel giorno era domenica; su questo è d’accordo il preside della scuola, ma non la maestra del nostro alunno, che venendo da un paese fuori e pur con le difficoltà causate dalla nebbia, sa che quel giorno è lunedì, giorno di scuola e di interrogazione.
Ma le discussioni sembrano non finire mai, con il preside costretto a prendere provvedimenti contro la maestra che, con una certa sicumera, si permette di contestare il calendario dei giorni della settimana.
La maestra che, fra l’altro, non potendo più, causa nebbia, raggiungere la sua abitazione, viene ospitata in casa del nostro alunno, con cui ha una continua, ossessiva polemica su che giorno è oggi.
La chiave di lettura di questa vicenda chiaramente metaforica ci viene data da Andrea Vitali con una citazione tratta dallo scrittore spagnolo Jesùs Ferrero: “Nessuno ricordava un’epoca anteriore alla nebbia e nessuno era entrato in un’epoca posteriore ad essa.”
Finalmente ci viene spiegato che “Nella nebbia non solo gli uomini smarrivano la strada, ma ogni cosa nota. La nebbia era la patria del disordine, della confusione, dello smarrimento, casa felice per l’ignoto. Nella nebbia ogni regola svaniva, perdeva il senso dell’orientamento, non si applicava più. Tutto ciò valeva anche per il tempo o per il senso che noi davamo al tempo. Nella nebbia il tempo si liberava dalle catene che gli avevamo gettato addosso e si comportava come un cavallo selvatico, correndo all’impazzata oppure stando fermo immobile, libero e felice di non dover rispondere a niente e a nessuno se non a se stesso.”
Allora, di fronte alla metafora, se nel romanzo alla fine la nebbia si dirada, c’è da chiedersi se noi siamo o no ancora completamente immersi nella spessa nebbia che ci ottunde nel nostro vivere quotidiano?

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