Nel nome del padre

TEATRO

C’e un detto: “Dio li fa poi li accoppia “; ma qui Dio non c’entra per niente. Ci pensa l’autore, Luigi Lunari, a far incontrare un uomo e una donna, sprovvisti di attrezzatura per affrontare la vita.
Bello e originale il testo di “Nel nome del padre”, che abbiamo recentemente visto in scena al Teatro Comunale di Thiene; molto indovinata, cioè adatta al testo, anche la formula del reading o lettura teatrale, un palco spoglio, una nera parete con appeso un quadro astratto, due leggii e un cubo dove era appoggiato un telefono e una bambola.
L’incontro avviene in uno spazio non definito, ma questo conta relativamente; conta invece che dopo un inizio più reticente e timido, Rosemary, figlia disabile del vecchio Joseph Kennedy e sorella del presidente JFK assassinato, considerata una ritardata mentale, si apre al dialogo; mentre Aldo, persona coltissima, genialoide parla quattro lingue gioca a scacchi da solo, appassionato dai numeri (“ha letto più libri di me diceva il padre ma non riesco a capirlo”), figlio di Palmiro Togliatti (il Migliore), sembra più desideroso di liberarsi del suo schizofrenico autismo.
I due personaggi davanti ai rispettivi leggii, cominciano a raccontare e a raccontarsi, in un crescendo emotivo, tutto il disagio della loro esistenza, le loro vite vengono messe a confronto e qui emerge il peso di due figure paterne, culturalmente molto diverse fra loro; il primo è un grande capitalista, mentre il secondo è un leader in campo politico, ma tutti e due nel nome del potere non esitano a sacrificare l’amore per un figlio diverso, un figlio disagiato.
Nessuno deve sapere, e poco importa se viene annullata la loro vita e la loro personalità. Rosemary dovrà pagare un prezzo altissimo; una sera scappa, vuole provare nuove sensazioni e le trova in uno sconosciuto, ma viene trovata anche dagli scagnozzi di suo padre che la farà rinchiudere in una clinica e la farà lobotomizzare.
Aldo accusa il padre di pensare solamente al partito, alla carriera, di non aver mai fatto il genitore di averlo abbandonato assieme alla madre, di essersi messo con un’altra donna e di aver adottato una figlia.
Bravo Luigi Lunari nell’intrecciare due storie lontane tra loro sia culturalmente che geograficamente, di aver immaginato due persone così fragili, deboli e disagiate, così in credito con la vita, dando loro la possibilità di una serenità e pace eterna.
Almeno questa è stata la sensazione che ci ha trasmesso l’ultima e tenerissima scena quando lui la fa sedere con la bambola fra le mani, le cinge le spalle con un braccio e le sussurra l’Internazionale come fosse una ninna nanna.
Margherita Buy ha ben reso il personaggio, ha dato corpo e vita a una Rosemary smarrita, fragile, e insicura; l’Aldo di Patrick Rossi Gastaldi è amaro e incazzato. Bravi, davvero bravi tutti e due; chi ama il teatro quando vede in scena due attori che sanno fare il proprio mestiere non può che riempirsi di gioia.