Noare

QUANTESTORIE!

Sarebbe troppo semplicistico tradurre il dialettale “noare” con il forbito italiano “nuotare”; siamo su due ambiti di significato completamente diversi.
È una considerazione che ci è venuto spontanea quando, per fare del salutare movimento, alla bella età di 76 anni abbiamo cominciato a praticare sistematicamente il nuoto in piscina.
Una attività questa in cui bisogna rispettare tutta una serie di determinate regole, giuste ma rigidamente costrittive, come l’entrare negli spogliatoi in ciabatte, farsi la doccia prima di entrare in vasca, non entrare in vasca se non c’è il sorvegliante Alfonso e naturalmente entrarci con la cuffia.
Anche nel nostro noare d’antan in realtà una regola c’era; era quella di entrare in acqua tre ore dopo i pasti. Una regola fortemente raccomandata dai genitori ma da noi mai rispettata, anche per l’irresistibile attrattiva che aveva la corroborante acqua fresca nei caldi meriggi delle nostre estati giovanili.
In piscina poi chi è autodidatta sfigura di fronte a nuotatori perfettamente impostati che ti sfrecciano vicino a velocità impensabili, magari eteree filiformi ondine che scivolano leggere sul pelo dell’acqua, mentre tu, per il principio di Archimede (un corpo immerso in un liquido…), arranchi creando un continuo tsunami all’interno della tua corsia.
Ma non sta qui la vera differenza del nuoto col “noare” della nostra giovinezza; il nuoto, oltre sulle regole della piscina, è basato su stili ben definiti, che ad altri livelli, sono poi quelli olimpici.
C’è lo stile libero, che una volta si chiamava con l’inglese crawl, c’è il nuoto a rana e a dorso; meno praticato è almeno in piscina il nuoto a delfino o farfalla che forse è roba da campioni più che allenati.
Tutti questi stili non esistevano al tempo in cui noi andavano a “noare” nell’Astico o nel canale Mordini.
Il nostro “noare”, essendo praticato all’aperto, era soprattutto una attività stagionale estiva, spesso concentrata in un paio di mesi.
Un antesignano dell’attuale piscina era allora il “Ponte che bala” o ‘passante’, a Calvene, dove l’Astico aveva creato una pozza di una ventina di metri per dieci, di profondità variabile ma tale da poter toccare il fondo; d’estate il posto era molto frequentato, diventando una spiaggia molto affollata di bagnanti, naturalmente tutti maschi, che vi confluivano da diverse parti.
Al “Ponte che bala” che col nostro primo rudimentale inglese avevamo ribattezzato “Dancing Bridge” (oggi lo chiamano addirittura The Passante Beach), la specialità non era tanto il nuoto, quanto più i tuffi; c’erano sostanzialmente due possibilità di scelta: tuffi da un muro laterale alto circa tre metri, da cui si saltava in piedi o a testa in giù.
Per gli ardimentosi c’erano invece i tuffi da un muro alto 5-6 metri, sempre in piedi o a testa in giù, ma dove il vero problema era centrare lo spazio ristretto in cui l’acqua era più profonda, per non rischiare di andare sbattere con la testa sul fondale ghiaioso; questo ardimento era però appannaggio di pochi temerari e super-ammirati campioni locali che per tuffarsi richiedevano l’attenzione e il silenzio di tutti gli astanti, naturalmente con applauso al loro riemergere indenni.
Noi, per la cronaca, non abbiamo mai superato il livello del tuffo in piedi dal trampolino più basso.
Ma il noare al “Ponte che Bala” apparteneva già ad un’epoca successiva, in cui si raggiungeva Calvene con qualcuno che col motorino trainava chi di noi era in bicicletta.
Prima di allora gli ambienti del nostro noare erano i boji dell’Astico, se c’era acqua, e soprattutto la roza, cioè la roggia, come noi chiamavamo il canale Mordini.
Un bojo, da non confondere col boio dell’espressione “te manca un boio” e di cui non abbiamo trovato l’esatta traduzione in italiano, forse perché si tratta di un termine dialettale solo locale, era sostanzialmente un punto del letto dell’Astico, generalmente nelle curve o anse del fiume, in cui l’acqua era più profonda e restava per un po’ anche quando il letto si asciugava; essendo di pochi metri, il bojo serviva più per rinfrescarci che per praticare il nostro ‘noare’; in genere però era in prossimità di campi ove si poteva andare a rubare qualche frutto.
Il vero regno del nostro “noare” giovanile e adolescenziale era però la roza, o roggia, cioè il canale Mordini nel tratto immediatamente a monte del punto in cui la massa d’acqua veniva convogliata in una canaletta e fatta precipitare nella turbina per produrre l’energia elettrica della fabbrica di Marini, poi Cascamificio.
Qui bisogna distinguere la roza bassa dalla roza alta; tecnicamente la roza bassa era un tratto di canale che riceveva l’acqua in eccedenza dallo scolmatore della roza alta, quella che serviva per alimentare la turbina.
La roza bassa, dove l’acqua con una serie di chiuse serviva anche per l’irrigazione dei campi circostanti, non raggiungeva il metro di altezza, era per i nuotatori principianti; la porzione nuotabile era di una decina di metri per una larghezza di tre, ma di fatto è qui che abbiamo cominciato a tentare di galleggiare se non proprio a nuotare; naturalmente in attesa di poter accedere alla roza alta, aspirazione allora comune a tutti noi ragazzi.
Ad un certo punto del nostro periodo nella roza bassa arrivò anche il costume da bagno; prima per nuotare avevamo sempre usato solo le nostre normali mutande, che bagnate diventavano oscenamente trasparenti, senza che ci importasse più di tanto, anche perché eravamo tutti tosi. Se una tosa, infatti, si fosse azzardata solo ad alzare la gonna per rinfrescarsi i piedi in acqua nella roza o nell’Astico, per via delle onnipresenti beate betoneghe, sarebbe stata oggetto della predica domenicale alla Messa del fanciullo.
Ora bisogna sapere che i primi costumi da bagno erano di tela opaca e a forma di slip; consistevano in due triangoli di stoffa uniti in un fianco e con un’apertura a lacci, come per le scarpe, sull’altro fianco; di comprarne uno non ci si poteva neanche permettere di pensarlo.
Così, quando il costume divenne un cult, dopo un lungo meditare, abbiamo brillantemente risolto il problema tagliando con la forbice la parte finale di una gamba del toni, la tuta da lavoro di mio padre; sia perché la gamba era abbastanza larga che per il fatto che noi si era ancora magri, la misura era perfetta; sgambandola opportunamente, cucendola la parte inferiore, facendo un po’ di orlo alla bell’e meglio e praticando l’apertura laterale, finalmente indossammo anche noi, orgogliosi, il nostro primo costume da bagno color blu o indaco, cioè il colore delle tute da lavoro; solo che la solita beata betonega passando da quelle parti osservò maliziosamente che avendolo un po’ troppo sgambato, il nostro costume fatto in casa era decisamente scostumato, lasciando intravvedere quel poco che allora avevamo, anche perché al momento rattrappito dall’acqua fredda della roggia; ma quello che davvero fece arrabbiare nostra madre non fu lo scandalo, ma la scoperta che per farci il costume avevamo irrimediabilmente rovinato la tuta nuova di mio padre.
Nella roza alta, cui si accedeva, come abbiamo detto, quando si era ormai in grado di stare a galla, l’acqua era profonda circa due metri (forse la memoria ci porta ad esagerare un po’); l’acqua era corrente per cui in realtà per avanzare bastava tenersi a galla e lasciarsi trasportare.
La roza alta aveva anche una chiusa sorretta da dei pilastri alti un paio di metri da cui ci esercitavamo a fare i tuffi, anche a testa in giù (nella foto).
Qui, sulla roza alta d’estate convogliavano decine di tusi festosamente vocianti, tanto che spesso venivamo severamente redarguiti, e persino cacciati via, da Bastian perché con le nostre inevitabili grida disturbavamo la pennichella pomeridiana del direttore della fabbrica.
La vera, fondamentale differenza tra il nuoto e il noare sta comunque nella diversità degli stili con cui noi allora, siamo in tempi pre-televisivi, praticavamo la nostra rinfrescante attività estiva.
Il primo stile che si apprendeva era il nuoto “a cagnarotto”, così chiamato forse perché imitava quello naturale dei cani quando vengono gettati in acqua; si trattava di mulinare velocemente le mani allungando alternativamente le braccia piegate in avanti, mentre le gambe facevano lo stesso movimento sott’acqua. Questo stile serviva più che altro per tenersi a galla, lasciandosi trasportare dalla corrente.
Quello che oggi è chiamato lo stile libero o crawl, allora non esisteva e, se si vuole, assomigliava alla lontana a quello che chiamavano il nuotare “alla piamontesa”; l’origine di questa definizione ci è del tutto sconosciuta. Tecnicamente potremmo dire che “alla piamontesa” era un nuotare abbastanza corrispondente all’attuale stile libero, però tenendo la testa tassativamente fuori dell’acqua, senza mai immergerla; quindi si facevano le bracciate alternativamente, come nel crawl, però con la testa ritta, sempre fuori dall’acqua; e c’era un motivo.
La moda allora era di pettinarsi i capelli con la brillantina (l’antesignana del gel) per fissare la mascagna, la pettinatura, in modo che i capelli non si scompigliassero; avere i capelli ben pettinati, con tanto di scriminatura, era un’ambizione cui era difficile sottrarsi e, visto il costo della brillantina, non ci si poteva certo permettere di sprecarla bagnando i capelli col mettere testa sott’acqua. Non era certo una preoccupazione insolita; ricordiamo un amico calciatore che per non rovinarsi la mascagna, evitava accuratamente di colpire la palla con la testa.
Per esattezza storica ci sarebbe da aggiungere che l’alternativa alla costosa brillantina era la schiuma di sapone che si spalmava sui capelli prima di pettinarli; una volta che l’acqua si asciugava, il sapone li irrigidiva e il risultato era più o meno lo stesso.
Tornando al nostro noare, quello che noi oggi chiamiamo lo stile a dorso, ai nostri tempi in modo più sbrigativo si chiamava lo stile “a morto”; se si risaliva la roza per un buon tratto, camminando sugli argini magari fino al ponte di Magoni, era un piacere poi lasciarsi trasportare dalla corrente facendo il morto.
Escluso che nella roza si potesse nuotare a delfino (o farfalla), anche perché era uno stile a noi ancora sconosciuto, c’era però nel nostro noare uno stile che non rientra nei canoni del nuoto moderno; era lo stile del nuoto “a spada”. Nel processo di apprendimento del nostro noare, il nuoto a spada rappresentava in realtà la fase intermedia, che veniva cioè dopo il cagnarotto e prima della piamontesa. Si trattava di nuotare, sempre con la testa ben fuori dall’acqua per le ragioni già dette, protendendo in avanti il braccio destro, mentre alternativamente con il sinistro si dava una mezza sciabolata laterale all’acqua. Forse lo stile “a spada”, naturalmente evolvendosi e perfezionandosi, potrebbe essere stato l’antesignano dell’attuale stile a rana, molto praticato nelle piscine di oggi.
Col tempo però il nuoto sulla roza alta assunse tinte diverse, nel senso che a seconda dei coloranti che la cartiera di Lugo scaricava nell’Astico, l’acqua del canale, per sua natura verde muschio, diventava oggi blu, domani ocra e il giorno dopo amaranto; finché, purtroppo dai covatoi a monte della roza alta cominciarono ad arrivare pezzi di pollo mezzi marci che ci hanno fatto smettere sia di noare sulla roza che di mangiare carne di pollo.

1 commento su “Noare

  1. Leggere quanto scrivi ti fa rivivere ricordi e emozioni indelebili. Raccontarli ai figli o specialmente ai nipoti hanno il fascino dell’incredulità, e credono siano storie di fantasia ed invece erano il nostro presente di allora. Ci bastava poco per divertirci
    anche se molte volte il pericolo ci era vicino e qualcuno meno fortunato di noi non può raccontarlo. una volta si diceva “andemo a noare” oggi diciamo ” andiamo in piscina” e l’unica differenza è che siamo un po’ meno giovani. Grazie Nando

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