Padre Placido Cortese: il Coraggio del Silenzio

CULTURA

247_Cortese disegno di Vico Calabrò
Nell’ambito delle iniziative per “Il Giorno della Memoria – 2015” organizzate a Thiene, domenica 8 febbraio all’Auditorium “Fonato” di Thiene si svolgerà un incontro sulla figura di Padre Placido Cortese, in cui interverranno Don Augusto Busin, padre Apollonio Tottoli, biografo di padre Cortese e la prof. Liliana Martini, che con padre Cortese ha collaborato; moderatore è stato il prof. Ferdinando Offelli.
* * *
Domenica 8 ottobre 1944, 70 anni fa, nelle prime ore del pomeriggio, padre Placido Cortese veniva prelevato da due individui che lo fecero salire in un’auto sul sagrato davanti alla Basilica del Santo a Padova. Il giorno dopo, non avendolo visto rientrare, il Rettore della Basilica, padre Lino Brentani ne segnalava la scomparsa alla Questura di Padova.
Nella denuncia, il frate veniva così descritto: “Era individuo di media statura, corporatura piuttosto gracile e snella, storto negli arti inferiori, viso oblungo, capigliatura bionda, occhi celesti con occhiali a stanghetta, dall’incedere claudicante.”
Sempre nella lettera di denunciava alla Questura, frate Brentani afferma che “verso le ore 13 di ieri due sconosciuti chiesero del suddetto padre con rozza insistenza.” Questa non era la prima volta che padre Placido Cortese era stato al centro di indagini poliziesche, tanto che almeno altre due volte dei personaggi strani erano entrati in Basilica chiedendo di lui e delle sue attività; ma la extra-territorialità della “Pontificia Basilica del Santo” aveva finora impedito il suo arresto.
Padre Placido Cortese, al secolo Nicolò Matteo Cortese, era nato a Cherso, in Istria, il 7 marzo 1907 da Matteo, guardia-boschi, e da Antonia Battaia, primo di quattro figli, tra cui Giovanna Antonia, detta “Nina”, la più giovane, alla quale padre Placido resterà sempre fortemente legato.
Nel 1918, in seguito alla Grande Guerra, l’isola di Cherso era passata dall’Austria all’Italia. Nicolò, seguendo la sua precoce vocazione, nel 1920 entrò nel Seminario di Camposampiero, in provincia di Padova e nel 1923 fu ammesso al noviziato nella Basilica del Santo..
Il 6 luglio 1930, a Roma, con sua grande emozione, venne ordinato sacerdote. Dopo un soggiorno a Milano, nel 1937 si stabilì definitivamente a Padova, entrando a far parte stabilmente nella comunità dei frati di Sant’Antonio. Da curatore delle “Lettere al Direttore” della rivista il Messaggero di Sant’Antonio, ne diverrà il direttore.
Pur con la normale reticenza, dovuta anche alle regole dell’ordine cui apparteneva, padre Placido era per sua natura sempre disponibile a cercare di aiutare chi di lui aveva bisogno. Fu così che un giorno in Basilica fu cercato da tre studentesse universitarie slovene che studiavano medicina a Padova. Queste, gli fecero presenti le gravi condizioni in cui versavano gli sloveni internati nel campo di concentramento di Chiesanuova, vicino a Padova.
Nell’aprile del 1941, in seguito alla invasione dell’ex-Jugoslavia da parte dell’Italia e della Germania, nella parte di Slovenia assegnata all’Italia ci fu una vasta operazione di pulizia etnica con la quale vennero internati tutti i maschi dai quindici ai sessant’anni Nel campo di Chiesanuova, nell’agosto del ’42 furono internati 1429 sloveni e croati, per lo più contadini, braccianti, operai, artigiani e studenti, che nel luglio del ’43 raggiunsero le 3500 unità.
Padre Cortese tergiversò per il tempo necessario a chiedere il permesso al suo superiore; poi cominciarono i suoi viaggi settimanali su una vecchia bicicletta con il portapacchi pieno di roba. Non solo, ma se si fosse osservato con attenzione, si sarebbe notato che padre Placido entrava nel campo molto ingrossato e ne usciva fortemente dimagrito, di circa 20 kg. tra vestiti e generi di conforto che nascondeva sotto il suo logoro saio.
L’altro ambito in cui padre Placido Cortese fu generosamente coinvolto fu quello dell’aiuto e dell’assistenza prima agli ebrei perseguitati dalle leggi razziali e poi dei prigionieri di guerra Alleati, in fuga dopo l’Armistizio dell’8 settembre 1943.
Nel padovano tra le varie organizzazioni operava la FRA-MA, dalle iniziali dei due docenti di latino dell’Università di Padova che l’avevano promossa, Ezio Franceschini e Concetto Marchesi; di questa organizzazione, tra le altre, entreranno a far parte le sorelle Martini: Renata, Lidia, Teresa e Carla Liliana, a loro volta collegate con Franca Menegon, Milena Zambon, e soprattutto con padre Placido Cortese, in quella che chiameranno la “Catena di Salvezza”.
Quando abbiamo parlato con Liliana Martini, oggi una elegante signora di 88 anni, le abbiamo espressamente chiesto se allora si rendeva conto di stare facendo qualcosa che era contro le dure leggi del tempo; lei con serena semplicità ci ha risposto che “i tempi erano quelli”, e che a volte la vita richiede il coraggio delle proprie azioni. E co-munque la sua era una scelta concordata con la famiglia, con il padre non solo consenziente ma anche disponibile a dare finché gli fu possibile il suo contributo concreto. “Se uno dei nostri fratelli si trovasse nelle condizioni di questi prigionieri alleati, non vorreste che qualcuno lo assistesse e lo aiutasse a salvarsi?” Con questa domanda le sorelle Renata, Lidia, Teresa e Carla Liliana Martini ottennero il consenso dei genitori, naturalmente con la raccomandazione di “stare molto attente a quel che fate!” Fu così che entrarono a far parte di quella che fu chiamata “Catena di Salvezza”.
Spesso i prigionieri da nascondere che arrivavano in Basilica del Santo, venivano accompagnati a casa Martini; bussando, bastava dire “Ci manda padre Cortese” perché la porta si aprisse e i prigionieri fossero messi al sicuro.
Entrando nel merito dell’attività della “Catena di Salvez-za”, i prigionieri, man mano che venivano raccolti nelle campagne di Saonara, dove c’erano campi di lavoro dei vivai Sgaravatti, che utilizzavano prigionieri di guerra, erano assegnati a delle famiglie di contadini che naturalmente dovevano essere a loro volta aiutate con viveri e sussidi. La sede operativa Saonara era a una dozzina di km. da Padova, dove Liliana, allora liceale, si recava spesso in bicicletta a casa di Maria e Delfina Borgato, zia e nipote.
Quando poi si decideva un viaggio verso la Svizzera di un piccolo gruppo di prigionieri o di ebrei, di solito una decina, anzitutto bisognava vestirli in abiti civili, dalle scarpe al cappello.
Bisognava poi dotarli di carte d’identità. Anzi, per limitare i pericoli di eventuali controlli, ad ogni prigioniero veniva fornita una duplice carta di identità, una in italiano da esibire in eventuali controlli da parte di guardie tedesche, e una in tedesco per le guardie italiane. Quando non si trattava di stampati originali sottratti da complici operanti all’interno della Questura, le carte di identità venivano stampate da padre Cortese nella tipografia del Messaggero, mentre i timbri, tutti originali, erano nascosti nella cantina di casa Martini, dove Liliana li ritroverà al suo rientro da Mauthausen.
Per le fotografie da applicare ai documenti si ricorreva ancora una volta a padre Placido Cortese che cercava tra le migliaia di foto mandate al Messaggero dai fedeli, quelle che fossero più rassomiglianti al singolo prigioniero.
Tutte queste operazioni avevano come punto di riferimento per le continue comunicazioni, il confessionale di padre Placido Cortese in Basilica, il primo a destra dell’altare maggiore, dove si parlava di “scope” che servivano per il prossimo viaggio.
Naturalmente c’era poi da acquistare i biglietti ferroviari dato che si viaggiava in treno, anche qui con una spesa non indifferente. Va detto che in qualche modo i fondi non mancavano mai, sia per l’intervento di privati, come appunto il padre delle sorelle Martini, sia perché in Basilica arrivavano fondi dal Vaticano, attraverso il padre provinciale Eccher, a conoscenza delle attività di padre Cortese, mentre altri fondi venivano, attraverso Angelo Romani dal Consolato svizzero.
Va anche detto che, per motivi di sicurezza, all’interno della Basilica del Santo, le attività di padre Cortese erano conosciute solo dal Rettore, e quindi attraverso lui dal Vaticano, mentre gli altri frati spesso osservavano sgomenti un “attivismo” di padre Cortese che non sempre vedevano di buon occhio.
Comunque, dopo tutti questi preparativi, il gruppo di prigionieri da portare in Svizzera era guidato da una accompagnatrice che loro dovevano discretamente seguire, facendo comunque finta di non conoscere, ed in treno erano invitati a dormicchiare o a fingere di leggere il giornale, evitando accuratamente di parlare tra loro, oltre che con altre persone. Una volta arrivati, magari cambiando più treni, di solito a Oggiono Molteno (Como), in prossimità del confine svizzero, c’era da contattare un contrabbandiere del posto che si incaricava di guidare di notte il gruppo oltre il confine, mentre l’accompagnatrice rientrava a Padova, pronta per il prossimo viaggio.
Le sorelle Martini parlano di quasi trecento persone portate in Svizzera, finché questa organizzazione ha potuto funzionare.
Era evidente che alla lunga questa attività che coinvolgeva più persone, dovesse finire per essere scoperta dalla onnipresente polizia fascista e della terribile Gestapo nazista, soprattutto dopo che a Padova, chiamato dal Questore, fu fatta venire la Banda Carità.
Nel caso specifico si fa riferimento ad un certo Mirko, il quale avrebbe organizzato un gruppo di poliziotti della Gestapo che si erano finti prigionieri di guerra. Fu così che il 14 marzo 1944 i finti prigionieri si rivelarono per quello che erano, e poterono procedere all’arresto di varie persone, tra cui Maria e Delfina Borgato, due sorelle Martini, Teresa e Liliana, mentre la terza, Lidia, fu avvisata di fermarsi a Milano, e Milena Zambon.
A completare lo smantellamento di questa organizzazione mancava ancora padre Placido Cortese, già individuato nelle sue responsabilità ma che, nonostante ripetuti tentativi, era al riparo della extra-territorialità della Pontificia Basilica del Santo.
Le sorelle Martini arrestate, furono portate nelle carceri di Santa Maria Maggiore di Venezia e quindi deportate prima a Mauthausen, e poi in altri lager nazisti, dove rimasero fino alla fine della guerra.
Per catturare padre Cortese, dopo vari infruttuosi tenta-tivi, fu necessario ricorrere ad un subdolo espediente, che purtroppo si avvalse anche della semplicità d’animo del padre guardiano della Basilica.
Di padre Cortese, nonostante la denuncia del Rettore della Basilica non si seppe più nulla almeno fino al 1995; l’opinione più accreditata, anche se non suffragata da alcuna prova, e sempre più affievolita nel ricordo, era che fosse finito in un lager nazista dove non sarebbe soprav-vissuto.
Si potrebbe osservare che, nel dopoguerra, le ragazze della “Catena di Salvezza” a lungo preferirono il silenzio sulle vicende in cui erano state direttamente coinvolte. Addirittura Milena Zambon, tornata malata dalla prigionia, dopo essere guarita, entrò in convento di clausura e fu solo “per obbedienza” che successivamente scrisse le sue Memorie, pubblicate da Pierantonio Gios.
Teresa Martini non parlerà mai, mentre la sorella Liliana, di fronte al dilagante negazionismo, trovò la forza di testimoniare la sua esperienza nelle scuole e in pubblici dibattiti, fino a riassumerla nell’opera Catena di Salvezza, pubblicato nel 2005, con una introduzione di Tina Anselmi.
Fu solo nel 1995 che, in occasione delle indagini del processo per la beatificazione di padre Placido Cortese, avviato da un conterraneo del frate, mons. Vitale Bommarco, vescovo emerito di Gorizia, cominciò quello che fu chiamato uno “sciame di testimonianze” sulla presenza di padre Cortese nella sede della Gestapo in piazza Oberdan a Trieste. Qui negli scantinati freddi ed umidi erano stati ricavati dei cubicoli dove venivano messi i prigionieri tra un interrogatorio e l’altro.
La testimonianza, finora più determinante della presenza di padre Placido Cortese a Trieste è quella del sergente inglese Ernest Charles Roland Barker, che faceva parte di una missione alleata in Carnia, dove era stato catturato e portato a Trieste. “…C’era in particolare un prete italiano, il parroco di Sant’Antonio di Padova, al quale avevano strappato le unghie, avevano spezzato le braccia, bruciati i capelli e che portava sul suo corpo molti segni di fustigazioni. Più tardi mi è stato detto che gli avevano sparato.” Il cadavere di padre Placido Cortese fu portato alla Risiera di San Saba per essere fatto sparire entro l’unico forno cre-matorio, operante in Italia; fu molto probabilmente così che l’eroico frate finalmente trovò la sua liberazione “pas-sando per il camino”.
Forse, anche sulla strada verso la santità occorre un po’ di fortuna, quella che padre Placido certamente non ha ancora avuto, rispetto ad altri martiri la cui vicenda eroica è più vastamente conosciuta; naturalmente la nostra speranza è che il processo di beatificazione in atto porti ad un riconoscimento ufficiale di quello che ormai è conosciuto come un martire che ha avuto sino alla sua atroce fine “il coraggio del silenzio!” e che nel momento di fare la sua professione sacerdotale aveva scritto all’amata sorella “Nina”:
“La Religione è un peso che non ci si stanca mai di portare, ma che sempre più innamora l’anima verso maggiori sacrifici, fino anche a dare la vita per la difesa della fede e della Religione Cristiana, fino a morire tra i tormenti come i martiri del Cristianesimo in terre lontane e straniere…”
Mai parole furono così profetiche!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *