Pan bioto

QUANTESTORIE!

Recentemente qualcuno, nella sala d’attesa di un ambulatorio medico, dove di solito si parla del più e del meno, mi ha chiesto se sapevo cosa si intendeva con l’espressione dialettale “pan bioto”; la mia risposta, dettata anche dalla fretta del momento, dato che era arrivato il mio turno, fu che pan bioto significa “pane da solo”, senza niente per accompagnarlo, mi è subito sembrata insoddisfacente, per quanto sostanzialmente esatta.
Tornandoci sopra con la mente successivamente, mi sono reso conto che la mia definizione così secca di pan bioto, non permetteva di coglierne il senso profondo, e soprattutto non permetteva di ricollegarlo al mondo e al tempo in cui essa veniva usata, naturalmente in riferimento alla mia esperienza.
Siamo nei primi anni del secondo dopoguerra, quando più che di povertà e di fame, almeno nel mio caso, si dovrebbe parlare di una limitatezza di mezzi che solo l’opulenza della vita di oggi fa apparire come povertà. Ristrettezza di mezzi che limitava fortemente il livello di vita quotidiana, ma che comunque era così generalizzata da sembrare come la normale condizione del nostro vivere. Certo vedevamo i film, soprattutto americani, dove il livello di vita era completamente diverso dal nostro, ma quella era fiction, non realtà vissuta.
Ed ecco allora che, preso dalla nostalgia dei ricordi, ho tentato di rituffarmi nel mondo del pan bioto.
L’importanza del pane nella nostra alimentazione di allora è difficile da capire oggi, quando la dieta ci impone di farne un uso limitato.
Si potrebbe dire che negli anni da me considerati, il pane era un alimento base. Eravamo appena usciti dalla guerra e ricordo come in famiglia si mangiava ancora pan nero (di segala) durante la settimana e pan bianco la domenica; tanto che durante una recita serale del rosario, mi ricordava mia madre, al passo del Padre Nostro “dacci oggi il nostro pane quotidiano” io bambino le chiesi: “pan bianco o pan nero, mamma?”
Naturalmente allora la nostra giornata cominciava, e spesso anche finiva, con una capace scodella col pane imbevuto nel caffelatte, che era poi dire latte sporcato con un po’ di surrogato di caffè; qui, ad averlo, la specialità sarebbe stata il pan biscoto.
Il pane lo immergevamo anche nel minestrone (la Pfeffer) preparato dalla mensa operaia della fabbrica dove lavorava mio padre, che si andava a prendere con una pentola; qui, si consegnava un bollino di cartone pressato (acquistato in fabbrica) per ogni capace minestro che si voleva portava a casa per il pranzo.
Se non lo si imbeveva nel minestrone, il pane lo si mangiava poi, come secondo, con un po’ di formaggio.
L’unica alternativa al pane allora era la polenta, che mia madre riversava con destrezza sul panaro con noi intorno, poi stendeva con un piatto freddo e infine tagliava a fette con il filo. Così come l’alternativa alla Pfeffer erano gli gnocchi, quando da Sarcedo veniva a trovarci zia Cesarina, o qualche cotechino con i crauti quando era stagione.
Non era nelle nostre abitudini la merenda a metà mattino o a metà pomeriggio; a scuola alla ricreazione più che a mangiare pensavamo a giocare a calcio. Se durante il giorno ci veniva fame, interrompendo i nostri sempiterni giochi, prendevamo un rosegoto di pane che mangiavamo con qualsiasi cosa potesse accompagnarlo.
Su questo qualcosa c’era la più ampia fantasia.
Un classico era il pane con sopra ben spalmato un po’ di burro (poco, per carità!) e un pizzico di zucchero; una delizia, basta provare.
Normale era accompagnare il pane con un pezzettino di formaggio; su questo non c’era grande scelta, trattandosi quasi sempre di formaggio ‘doppio-uso’, cioè che, oltre a mangiarlo, serviva anche per grattugiarlo, dato il costo esorbitante del formaggio grana.
L’abilità era mordicchiare pane e formaggio in modo da farli durare più a lungo possibile. Ricordo un’amica che un cubetto di formaggio doppio-uso, diciamo, di un paio di centimetri, riusciva a farlo bastare per un’intera ciopa di pane; un record!
Naturalmente tutto andava bene per accompagnare il tozzo di pane; e non ci riferiamo solo agli allora per noi inesistenti affettati che oggi consumiamo in quantità. Allora c’era al massimo un’ostiela di lardo, quando c’era, rubata alla mamma (e quindi da confessare al sabato).
La soppressa era fuori discussione (la assaggiavamo dai contadini il giorno della trebbiatura (poca che par un bocia la xe pesante!) e il salame era per le grandi occasioni.
Con un salame e un fiasco di vino mia madre ha festeggiato in famiglia coi parenti il battesimo di mio fratello più giovane; quando in famiglia c’era qualche ricorrenza mia madre mandava uno di noi dal macellaio a prendere un etto di salame e Giulio Moro riusciva a ricavarne sette fette più o meno trasparenti, una ciascuno, ed era festa!
Il prosciutto l’ho assaggiato per la prima volta quando, ero alle medie, con Armando siamo andati a far visita alla nostra professoressa di lettere; la zia Elda, che ci accompagnava sulla macchina guidata dal nipote (una favolosa coupèe rossa), ad un certo punto ci portò dentro un negozio per farci preparare un panino; con mio grande imbarazzo mi chiese se preferivo il prosciutto ‘crudo’ o ‘cotto’; per salvare la faccia e non chiedere che differenza ci fosse, trovai il coraggio di rispondere “cotto”; per quello crudo dovetti aspettare anni.
Anche la frutta serviva molto bene per accompagnare il pane; buono era il “pan e pomo”, ma neanche da mettere con il “pan e pero”. Una prelibatezza era il pane coi fichi, sia freschi che secchi, mentre allora si diceva “pan e nose, magnar da spose”.
Ma la delizia che superava di gran lunga tutte le altre era il pane con l’uva americana (oggi la chiamano uva fragola), soprattutto quando era ben matura e molto dolce; con in più il gusto del proibito, perché non avendo noi viti, bisognava andare a prendere i grappoli su quelle degli altri. Era qualcosa che profuma ancora la nostra nostalgia.
C’era persino che riusciva a mangiare pan col caco; noi non ne siamo mai stati capaci.
Con tutte queste ampie possibilità di accompagnare il pane, resta solo da considerare quanto poveri dovevano essere quelli che non avevano niente per accompagnarlo e dovevano quindi limitarsi a mangiare “pan bioto”.
Ed averlo!

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