Point Lenana

SCAFFALE

Un libro strano, di enorme interesse… ci vien da dire un libro importante, di quelli che non ti scorderai mai di aver letto; stiamo parlando di “Point Lenana” di Wu Ming 1 (strano pseudonimo di uno scrittore ferrarese che vive a Bologna) e di Roberto Santachiara, edito dalla Einaudi nel 2013.
Si tratta di un romanzo composito, nel senso che oltre ad essere narrativo è anche storico e nello stesso tempo scientifico, almeno per gli aspetti che riguardano l’alpinismo.
Quella che viene narrata, in modo non continuativo o discorsivo, è la vita di Felice Benuzzi a partire dalla sua giovinezza a Trieste, dove sulle orme del padre si appassiona all’alpinismo, il vero punto di osservazione di quanto narrato.
Siamo agli inizi del secolo scorso e Trieste è ancora austriaca; la madre di Felice è di Vienna e quindi c’è in lui un’educazione di tipo mittle-europea.
Dopo la Grande Guerra, con l’imporsi del fascismo, Felice, cercando di sottrarsi alle leggi razziali del fascismo, dato che la moglie è una ebrea austriaca, va a vivere in Africa; nelle colonie dell’Impero assiste alla ‘italianizzazione’ forzata, con truci massacri e l’uso dell’iprite per chi si ribella.
A seguito della disastrosa Campagna d’Africa del 1941-42, gli italiani che vivono nelle ex-colonie diventano pow, prigionieri di guerra degli inglesi e quindi rinchiusi in campi sorvegliati.
È da uno di questi campi che Felice, insieme ad un compagno, fugge per andare, con mezzi precari, a scalare il vicino monte Kenya, sulla cui sommità pianta la bandiera italiana; potrà sorprendere, ma dopo questa impresa, i due tornano al campo pow, dove saranno puniti, non tanto per la scappatella quanto più per aver rivendicato con la bandiera sulla vetta, uno spirito di libertà che il campo non riuscirà mai a piegare. Felice Benuzzi racconterà questa sua avventura in “No Picnic on Mount Kenya”.
Tornato dall’Africa, Felice entra in diplomazia e quindi con la famiglia viene spostato in diverse sedi, fino a concludere la carriera come ambasciatore.
Gli autori rendono questo romanzo di estremo interesse per la corposa parte storica, strutturata in diverse fasi che coincidono con periodi della vita di Felice.
C’è anzitutto lo spirito austriaco di Trieste che male accetta l’annessione all’Italia; basti pensare che l’importanza di Trieste come principale sbocco sul Mediterraneo dell’impero austro-ungarico, viene meno con il passaggio all’Italia.
Interessante il racconto della fase di italianizzazione, anche questa duramente forzata, degli sloveni, con atrocità che storicamente ben spiegano le vendette delle foibe della fine della seconda guerra mondiale.
In Italia Felice assiste ad una fase di fascistizzazione, con le grandi adunate davanti al fatidico balcone di Piazza Venezia, fino alla proclamazione prima delle leggi razziali e infine della guerra.
È non solo in nome della superiorità culturale ma anche della superiorità razziale che viene condotta la italianizzazione trucemente forzata delle colonie italiane in Africa.
Una fase che in Africa vede alla ribalta da una parte il generale Graziani (definito il ‘macellaio’) e dall’altra il maresciallo Badoglio, dei quali viene rivelata la sanguinosa repressione di ogni aspirazione alla libertà da parte delle popolazioni locali che si erano ribellate, con l’uso di ogni tipo di violenza, compresa l’iprite.
Sorprende il lettore italiano leggere che le atrocità commesse dagli Italiani in Africa, dalla retorica nazionalista di solito presentati come “buona gente”, fanno impallidire quelle perpetrate dai nazisti in Italia durante l’ultima occupazione tedesca.
L’amara conclusione, soprattutto dopo aver visto il film “The Lion of the Desert”, è che per tanti anni ci abbiano preso in giro, raccontandoci una Storia che non era quella vera.
Un libro che sembra scritto dalla cima di una montagna, di fronte alla quale l’uomo che vi sale con le fatiche e i rischi della scalata, diventata simbolo della vita, si ritrova ad essere se stesso senza possibilità di mentire.

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