PoW, Prigionieri di Guerra alleati in Italia

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PowSono stati circa 30 mila i PoW (Prisoner of War) alleati che sono stati salvati dagli Italiani; la loro vicenda è stata ricostruita in una ricerca storica “PoW, prigionieri di guerra alleati in Italia” di recente pubblicazione e distribuita dall’Anpi della zona di Thiene.
In realtà si tratterebbe di 80 mila prigionieri di guerra che, dopo la resa incondizionata dell’8 settembre 1943, che i nostri storici si intestardiscono a chiamare Armistizio, si trovarono senza più guardie a custodirli nei campi di prigionia in Italia.
Di essi, per un tragico errore dovuto a divergenze politiche tra Winston Churchill e il gen. Montgomery, ben 50 mila furono presi dai tedeschi e portati nei lager tedeschi.
Gli altri 30 mila si sparsero nelle campagne, sulle colline e sui monti dell’Italia centro-settentrionale, nascosti e protetti dall’azione combinata della popolazione rurale e delle forze partigiane della Resistenza.
L’opera segue le vicende dei Pow dalla loro cattura nella campagna d’Africa, finita nel ’43 con la sconfitta delle forze italo-tedesche, il loro viaggio verso le coste e il trasporto via mare, con l’incubo dei sottomarini alleati che siluravano le navi italiane con a bordo i prigionieri alleati catturati in Africa.
Avvalendosi delle loro testimonianze raccolte soprattutto nel sito della Bbc WW2 People’s War, i prigionieri raccontano come fosse la vita nei circa 80 Campi PG sparsi per l’Italia, con diversità di trattamento a seconda delle risorse reperibili nella zona (molti sopravvissero con i pacchi della Crioce Rossa), i tentativi di fuga, fino a quando, con il “tutti a casa” dell’8 settembre ’43, si trovarono senza più guardie del campo e si sparsero per le nostre campagne.
Il maggior studioso inglese del fenomeno dei Pow alleati in Italia è Roger Absalom, autore di “A Strange Alliance”, una strana alleanza che si era stabilita tra i Pow in fuga e le popolazioni rurali. Fenomeno questo assolutamente riconosciuto dai fuggitivi, e purtroppo largamente ignorato in Italia, è quello dell’ospitalità e l’aiuto che ricevettero alle porte cui bussarono nel loro girovagare, spesso senza ben sapere dove andare.
Non era solo senso dell’ospitalità per chi ha bisogno di aiuto; era un sentimento più profondo, una solidarietà umana con radici nella nostra cultura atavica, che li spingeva a superare la paura per il pericolo delle terribili conseguenze cui sarebbero incorsi se fossero stati scoperti dalle spie nazi-fasciste ad ospitare prigionieri alleati in fuga.
Se dei 30 mila Pow in fuga molti furono ripresi durante i furiosi rastrellamenti nazi-fascisti, la maggioranza di loro fu portata in salvo, soprattutto dalle formazioni partigiane, sia in Svizzera, che attraversando il fronte a sud, dove si ricongiunsero con le forze alleate.
La terza parte di questa ricerca sui Pow alleati in Italia riguarda il Veneto, con le varie organizzazioni operanti a Padova, e più in specifico il vicentino, con l’organizzazione creata da Arnaldi che operava a Fara Vic.
Forse, quando oggi si parla di Resistenza, bisogna finirla con le infinite beghe, con le reciproche accuse, che avvelenano quello che, guardato in generale, è uno spirito di solidarietà umana che coinvolgeva i combattenti partigiani così come tutta la popolazione rurale e cittadina; una generosità riconosciutaci da Winston Churchill, ma non sempre debitamente apprezzata qui da noi.

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