Premiata Ditta Sorelle Ficcadenti

SCAFFALE

198_FiccadentiI nostri navigatori sanno come ormai da anni siamo voraci lettori dei romanzi di Andrea Vitali, uno scrittore che seguiamo con ansia in ogni sua uscita letteraria.
Eppure il recente “Premiata Ditta Sorelle Ficcadenti”, uscito nel febbraio 2014 per la Rizzoli, ci ha sostanzialmente deluso.
Non che non ci siano i soliti elementi che in genere ren-dono affascinante la lettura delle opere di Andrea Vitali, il gioco dei nomi e delle situazioni, la capitolazione breve con il richiamo tra un capitolo e l’altro.
La vicenda è quella dell’apertura a Bellano nel 1915 di una nuova merceria che esporrà il cartello “Premiata Ditta Sorelle Ficcadenti”.
Si tratta della trasformazione in merceria del bottonificio paterno, operata da Giovenca e Zemia Ficcadenti, con i due merciai concorrenti che cercano tutti i possibili pretesti per ostacolarle, cominciando dal chiedere al maresciallo della stazione dei Carabinieri, Citrici, e al segretario co-munale, in base a quale diritto le due nuove venute pos-sono usare il termine “premiata” ditta per il proprio nego-zio.
Giovenca è una gran bella donna, intenzionata a valoriz-zare la propria bellezza, tanto quanto la sorella, meglio sorellastra, Zemia è brutta.
Di Giovenca si innamorano tutti, dal notaio Giovio esage-ratamente grasso che insieme alla ragazza mira ad acqui-sire il consistente patrimonio che, alla morte della suocera demente, la ragazza erediterà, in quanto vedova ed unica erede di un soldato caduto in guerra dopo una settimana di matrimonio.
La ragazza sembra avere una relazione con un poetastro Novenio, spinto dal padre ad accelerare i tempi perché Giovenca possa entrare in possesso della eredità acquisita, mentre per Giovenca perde la testa anche Geremia, deciso a buttarsi nel lago se la ragazza non lo sposa.
La madre di Geremia, Stampina, si rivolge al prevosto, don Primo Pastore, che sembra avere in Rebecca, la per-petua, una scrupolosa ed aggiornata informatrice.
Non è il caso di dire come, in una trama estremamente complicata e non facile da seguire, si concluda la vicenda delle sorelle Ficcadenti e della loro premiata merceria.
Basterà aggiungere che, sul piano narrativo, Andrea Vitali ha portato all’esagerazione tutti gli elementi caratteristici della sua narrativa che in altre opere era magistralmente riuscito a mantenere sotto controllo.
Intanto il numero di pagine, poco meno di 500, con cui avrebbe potuto scrivere almeno un paio di romanzi. Poi la trama complicata e resa difficile da seguire dall’esagerato intersecarsi delle situazioni, dall’uso di nomi strani dati ai personaggi. Bastino per tutti quelli già citati di Giovenca e Zemia, nel notaio Giovio, del maresciallo Citrici, oltre a Stampina e Rebecca.
Insomma un romanzo in cui sembra quasi che Andrea Vi-tali non abbia saputo maneggiare la troppa materia che aveva tra le mani.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *