Quand il est mort le poéte

CULTURA

fermino“Quand il est mort le poète… ” cantava Gilbert Becaud qualche decennio fa; quella toccante canzone, molto cadenzata, ci è venuta in mente alla notizia della morte di Fermino Brazzale.
Non è che Fermino fosse poeta solo perché scriveva poesie nell’ambito del cenacolo dei poeti dialettali “El Graspo” di Thiene.
Fermino era poeta perché aveva una concezione poetica della vita, che esprimeva in diversi modi, a partire dalla famiglia, dalla sua attività come insegnante, dall’allevamento delle api, come ballerino, fino alla sua attività di scrittore.
Incontrandolo in una corsia dell’ospedale poco più di un mese fa, gli avevamo raccomandato di cercare di pubblicare il racconto “Il puledro” che ci aveva colpito molto proprio per le sue qualità poetiche, e che secondo lui, a suo tempo, non aveva avuto l’impatto che si aspettava.
Ma il mondo poetico in cui meglio si espresse Fermino è quello del Monte di Calvene, da lui descritto in 3 raccolte di racconti negli ultimi anni.
Ricordiamo il forte impatto della lettura de “I cantori di Calvene”, seguito da “Le anguane di terra”, fino al più recente “Pianto della montagna”.
Nel loro insieme descrivevano un mondo, il Monte di Calvene, con le varie contrade, restituendolo alla vita di qualche decennio fa, popolato di persone semplici e nel contempo classiche nella loro essenzialità.
Una vita che si era nei secoli sviluppata in quella che Fermino considerava una vera e propria civiltà, che l’aspro e non facile ambiente di mezza montagna aveva conformato secondo canoni di vita semplici, essenziali ma fissi nel tempo tanto da poter essere considerati punti di sicuro riferimento.
E così ecco le maestrine arrivate qui da Trieste per insegnare l’abc e che a loro volta apprendono, spiegata dagli alunni con esempi pratici, la riproduzione degli animali.
Un mondo che non mancava della sua agorà attorno alla fontana, dove nelle serate estive si raccoglievano le donne, in particolare le ragazze da marito, mentre gli uomini si ritrovavano nell’osteria persi nel gioco delle carte tra i fumi del vino.
Un mondo dove si cresceva già “imparati” alla vita, mentre la scuola, con la sua cultura, tentava di imporre altri modelli ed altri valori.
Quel che non fece la scuola lo fece infine la televisione, proponendo modelli e stili di vita di una invasività micidiale, tanto da far morire il mondo in cui Fermino era cresciuto.
Anche i suoi interventi sulla rivista “Archivio” dimostravano che per lui la storia aveva delle dimensioni poetiche, tipiche del mondo del Monte di Calvene. Un mondo che, insomma, “bella Firenze, bella Budapest… ma vuto metere el Monte!”
“Quand il est mort le poète – cantava Gilbert Becaud – tous ses amis pleuraient ”, tutti i suoi amici … piangevano.

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