Quando l’arte diventa preghiera

ARTE

Quando l’arte diventa preghiera
La Mostra di Icone di Gianfranco Zovi, intitolata “Quando l’arte diventa preghiera”, recentemente presentata nella Sala Rossa di Zané, è stata un evento di particolare interesse culturale sia sul piano della qualità che della quantità.
Due sono secondo noi i motivi per cui Gianfranco Zovi, dopo decenni di pittura libera, è passato all’iconografia: da una parte l’icona è ortodossia, cioè richiede il rispetto delle regole su cui si basa e a cui bisogna attenersi; è un po’ come quando in poesia si passa dal verso libero alla metrica, che impone regole e misure alla propria espressività. Il secondo ordine di motivi è che l’icona, lungi dall’essere solo un fatto estetico, coinvolge direttamente la sfera della spiritualità, da cui non si può prescindere, se solo si pensa alla tradizionale religiosità della Chiesa Ortodossa.
Per capire questa Mostra, frutto di un lavoro di ricerca condotto in più anni, credo sia anzitutto necessario capire quanto un’icona si differenzi da un quadro. Sarebbe infatti un grave errore, o una distorsione di intenzioni, considerare un’icona solo secondo i consueti canoni artistici della pittura. Le differenze sono abissali.
Anzitutto il supporto di un’icona, generalmente di legno, richiede una lunga e dettagliata preparazione; si parla di più giorni, per approntare meticolosamente la base su cui stendere la figura. Il supporto diventa cioè parte in-tegrante dell’attività iconografica, anche se oggi in commercio si trovano supporti già preparati.
Una volta stesa la base, sulla stessa viene delineata la figura, tracciandone i contorni; si deve poi cominciare a stendere la foglia d’oro, naturalmente se prevista, bru-nendola in modo da creare i particolari effetti.
La figura, normalmente vista di fronte, va colorata par-tendo dai colori più scuri per arrivare a quelli più chiari o bianchi, finendo poi con una o più mani di vernice.
Non so se si sia notato che non si è mai usato il termine dipingere, perché, questo è fondamentale, una icona non si dipinge, ma si “scrive”.
Questo ci porta al punto fondamentale, cioè alla dimen-sione religiosa, o più genericamente spirituale, dell’icona che tradizionalmente nella Chiesa Ortodossa è considerata “scritta da Dio”, o meglio “una finestra sul mistero di Dio”, tanto che l’autore non la firma.
Per far capire questo concetto ricorriamo all’esempio della S. Messa, così come si celebra qui da noi; chi legge la pagina del Vangelo non ne è l’autore, ma solo il lettore di quella che viene conclusivamente presentata come “Parola di Dio”.
Allo stesso modo un’icona è un’immagine che Dio detta a chi la scrive. E così come il testo dei Vangeli non è modificabile, va letto così com’è, allo stesso modo l’immagine dell’icona è ortodossa, cioè basata su regole precise e immutabili nel tempo e nel significato, anche se chi la scrive può cambiare.
A noi sembra che in tutto questo ci sia una specie di ri-voluzione copernicana rispetto al nostro modo di concepire la pittura come espressione artistica. Quello che l’artista dipinge su una tela, con i vari temi e le varie tecniche, è frutto della sua creazione artistica personale e come tale viene proposta a chi guarda il quadro; un’icona non si guarda, ma si legge per cogliere il senso e il significato spirituale che l’iconografo ha tradotto in immagine.
Ecco allora il nostro invito a visitare questa mostra se-condo quel principio che molto opportunamente è stato dato come titolo alla stessa “Quando l’arte diventa pre-ghiera”. La nostra preghiera può a volte essere meccanica, distratta, recitata pensando ad altro; ma quando siamo in particolari stati emotivi, le parole recitate ri-acquistano il loro senso reale e profondo,(“Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori”), senza considerare che ci sono poi momenti, che qui non mancano, in cui noi non riusciamo a contenere la nostra emotività profonda nelle parole del testo recitato.
Chi vuole davvero vivere intensamente l’occasione offerta da questa Mostra di Icone di Gianfranco Zovi, deve, secondo noi, superare il semplice criterio estetico del “bello” e del “mi piace”, per porsi all’interno di un atteg-giamento di spiritualità che gli permetta di sentire quanto attraverso lui ci proviene da una dimensione a noi superiore. Una dimensione fatta anzitutto di un profondo amore per la famiglia, con cui nel divenire dell’icona che diventa preghiera, vuole tenacemente tenersi in continua e partecipata presenza.
Non sappiamo in realtà quanto Gianfranco abbia avuto il tempo di inoltrarsi nella profondità del difficile e complesso impegno dell’ortodossia iconografica; sappiamo che comunque da questa mostra traspira una spiritualità palpabile, tale che le sue icone qui esposte diventano una preziosa forma di comunicazione spirituale con lui, per cui il nostro impegno deve essere quello di cercare di capire ciò che lui ci vuol trasmettere sul piano di quella spiritualità in cui ora è totalmente immerso; per questo, al di là di ogni altra considerazione, queste icone risultano secondo noi tutte altamente preziose e da questa Mostra usciamo tutti migliori.

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