senza salutare nessuno

SCAFFALE

Di questi tempi non poi tanto è facile trovare un libro che ti dia piena soddisfazione, cioè che oltre all’interesse per l’argomento trattato, ti offra anche il sempre più raro piacere di leggere.
A noi questo è recentemente capitato con l’opera di Silvia Dai Prà, “senza salutare nessuno”, pubblicato nel corso di quest’anno dalla Laterza Editori.
La sostanza è già tutta nel sottotitolo: “un ritorno in Istria.” Si tratta di un viaggio dell’autrice in Istria, con marito e figlia, alla ricerca di capire perché il bisnonno Romeo Martini, nato Martincich, è finito nella foiba di Vines, vicino ad Albona. Un fatto in seguito al quale la nonna, con i fratelli e la madre, se ne sono partiti per l’Italia una mattina di novembre del 1943, appunto, “senza salutare nessuno”.
Sulla controversa questione delle foibe istriane, da qualche tempo politicamente strumentalizzate come assurdo contraltare alla Shoah del Giorno della Memoria, l’autrice non si è fermata al terribile dramma degli anni del secondo conflitto mondiale, cui nel dopoguerra è seguito un massiccio esodo di istriani verso l’Italia, ma ha cercato di andare alle radici del problema, arrivando, tra l’altro, fino 1921, cioè al fatto storico di quella che fu chiamata “la Repubblica di Albona”.
Lungi dall’essere solo un lungo sciopero di minatori del bacino carbonifero istriano, organizzato da Giovanni Pippan, la Repubblica di Albona ha storicamente rappresentato un tentativo popolare di opporsi alla violenza fascista, allora assecondata e protetta da quelli che avrebbero dovuto essere i tutori dell’ordine e della legge.
Noi siamo pienamente d’accordo con Silvia Dai Prà quando sostiene che gli infoibati erano in gran parte i quarantenni che venti anni prima in Istria avevano partecipato alla sistematica violenza delle squadracce fasciste; naturalmente, è nell’ordine delle cose, con tutti gli errori, le vendette private, gli innocenti ingiustamente fatti sparire, che purtroppo inevitabilmente fanno da corollario a vicende storiche così intensamente violente.
Ecco perché ancor oggi in Istria, sulla tragedia delle foibe, l’autrice ha trovato una diffusa reticenza, uno sviare i discorsi per non affrontare il problema; quando poi cerca di inquadrare il fenomeno come reazione alle violenze ‘dei soldati tedeschi’ dell’occupazione, qualcuno puntualmente aggiunge “e degli italiani”.
Silvia Dai Prà affronta un dramma così intenso e ancora doloroso sotto forma, se non di romanzo, di documentato racconto storico; un modo di fare storia che, oltre che dei documenti, si avvale anche di testimonianze vissute e di paure non certo dimenticate dalla gente del posto.
Un tema così delicato, trattato da Silvia Dai Prà con uno stile narrativo essenzialmente moderno e giovanile, con un ritmo vivace, scorrevole, a volte brioso, mai retorico; anche di fronte alla crudeltà della guerra manca assolutamente la ricerca dell’orrore, che pure c’è stato in abbondanza.
La tragedia vissuta dalla gente istriana è in lei ben presente, anche a livello famigliare; ma da questa bisogna in qualche modo uscire ed andare verso l’attuale fase storica in cui l’Istria si sta trasformando in un sempre più attraente terra di vacanza.
Come dire che in Istria, proprio perché pienamente consapevoli di quanto è successo, bisogna finalmente seppellire i morti.

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