Signorina Giulia

TEATRO

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C’era una certa aspettativa per lo spettacolo “Signorina Giulia” di August Strindberg, andato recentemente in scena al Teatro Comunale, nell’ambito della 32^ Stagione Teatrale Thienese.
Lo stesso autore, nell’inviarne il testo al suo editore svedese nell’agosto 1888, l’aveva definita “la prima commedia naturalistica”, ed è facile capire perché nella puritana Scandinavia fu considerata troppo scandalosa per essere rappresentata. La signorina Julie è la figlia di un conte e nella notte di San Giovanni in cui si celebra il solstizio d’estate, scende tra la servitù in festa per abbandonarsi ai riti e alle orge pagani che quella notte evoca nel nord d’Europa.
C’è quindi l’incontro tra una nobile che si abbassa al livello della servitù, e il maggiordomo Jean, nel tentativo di salire socialmente, avvia una relazione con la ragazza, cui propone di fuggire insieme per aprire, naturalmente con i soldi di lei, un albergo sul lago di Como “dove ci sono molti aranci”.
Subito alla giovane sembra di stare vivendo un sogno d’amore, cui si abbandona selvaggiamente; ma quando, dopo l’orgia sessuale, Jean le propone di prendere i soldi del padre per finanziare la loro avventura, Julie esce dall’incantesimo e si rende conto del livello di degradazione cui è precipitata.
La ragazza ha finalmente capito che quello di Jean è sesso, magari interessato, non certo l’amore che una ragazza cerca per costruirsi una vita e una famiglia, come è quello di Kristin, la serva di casa fidanzata di Jean.
E mentre il ritorno del conte, padre di Julie, riporta tutti alla realtà, con Jean che torna umile servitore, pronto a pulire gli stivali del padrone, alla protagonista, vistasi chiusa ogni altra strada non resta che accettare il rasoio che Jean le porge per suicidarsi.
Oggi magari sentiamo meno le differenze sociali tra i nobili e i loro servitori, su cui i due protagonisti tentano disperatamente di gettare un ponte; ecco forse perché in questa tragedia prevale la netta distinzione tra quello che è l’abbandono sessuale di una notte pagana, è un rapporto d’amore sentito e vissuto con sincerità.
Il dramma è certamente ben costruito e, complice anche una musica coinvolgente, sembra portare lo spettatore dentro un groviglio psicanalitico, da cui è difficile liberarsi se non con un gesto estremo.
Un luogo psicologico, più che un ambiente sembra anche la scenografia, dove più che per porte si entra per botole sul pavimento.
Anche la recitazione dei tre attori è convincente, soprattutto per la coerenza col personaggio cui danno vita. Purtroppo dobbiamo lamentare ancora una volta che l’inesperienza li porta ad accelerare la dizione delle battute e delle situazioni più emotivamente intense, al punto da render difficilmente comprensibile allo spettatore la frase recitata.
Inoltre, se a noi spettatori chiedono di spegnere il telefonino, noi potremmo chiedere agli attori di spegnere i microfoni e di recitare come il Comunale di Thiene richiede e merita.