Steve Jobs

SCAFFALE

60_SteveJobs
Anche se in informatica non siamo mai stati patiti per il Mac o per la Apple, ci ha molto interessato la biografia del loro fondatore Steve Jobs, recentemente scomparso, scritta da Walter Isaacson, pubblicata dalla Mondatori nel 2011.
Walter Isaacson, già caporedattore di “Time” e presidente della Cnn, è autore di importanti biografie di grandi americani, tra cui quella di Benjamin Franklin e quella di Albert Einstein.
Questa volta in particolare, scrivendo di un personaggio ancora vivente, c’è stato bisogno di un accordo basato essenzialmente sulla reciproca fiducia, soprattutto di un patto di non interferenza tra l’autore e Steve Jobs.
Che non era un personaggio per niente facile, soprattutto perchè non cedeva di un centimetro sulle sue convinzioni, disprezzando apertamente e talvolta in modo offensivo chi non le accettava.
Non è facile cogliere l’essenza e quindi anche il senso della vita di Jobs, che ha operato una vera rivoluzione nel mondo dell’informatica e del digitale.
Figlio adottato, che come tanti altri giovani del suo tempo, ha fatto le prime esperienze col computer nel garage di casa, strettamente vegetariano, anzi divoratore di mele (da cui Apple) e albicocche, seguace per un periodo di uno dei tanti spiritualismi dell’India, concepì il computer più come un fatto culturale che come un semplice elaboratore di dati.
Per lui non c’era un hardware su cui si potevano applicare diversi software, ma il tutto doveva essere intrinsecamente collegato ed integrato, diventando nel contempo un fatto estetico per la meticolosa cura dei particolari.
Altri, come Bill Gates con la Microsoft, negli stessi anni avevano fatto scelte più commerciali, basandosi proprio sulla applicabilità del sofware a vari tipi di computer, ciò che lo aveva fatto diventare l’uomo più ricco del mondo, rimanendo sempre e comunque un grande ammiratore della genialità di Steve Jobs.
Quello che comunque consegnerà Jobs alla storia è probabilmente il fatto di, come diceva, “aver previsto ciò di cui domani non potremo far senza”, facendo del computer quello che lui chiamava un hub digitale per diverse applicazioni in vari campi.
E quindi ecco il cinema di animazione, ecco l’Ipad e l’Ipod con la liberalizzazione della musica; e poi l’Iphone con lo schermo multi-touch fino al tablet che non si sa a cosa serva ma di cui non si può fare a meno, e che aveva presentato in una delle sue ultime apparizioni pubbliche.
Alla fine si ha la sensazione di aver conosciuto anzitutto un grande artista, un genio che aveva saputo integrare campi apparentemente inconciliabili come la cultura e il saper umano, con la tecnologia, dando al tutto uno stile efficacemente minimalista e una coerenza estetica che possono non piacere ma che non si possono disconoscere.
È forse un errore considerare il genio di Jobs dal punto di vista dei rapporti umani e famigliari, della durezza dei suoi trattamenti di collaboratori ed amici, una durezza che oppose anche al male, a cui alla fine soccomberà, non senza prima di avergli dato il tempo di profetizzare sul nostro futuro.